ISRAELE – Vito Anav: «Purim nei rifugi e niente assembramenti. Serve responsabilità»

«La Meghillà di Ester si leggerà nei rifugi, non in sinagoga. E la festa di Purim sarà privata, non pubblica». Da Gerusalemme, Vito Anav, presidente della Hevrat Yehudé Italia Be-Israel (Associazione degli ebrei di origine italiana in Israele), racconta così l’inizio della festività che quest’anno cade sotto l’allarme delle sirene per gli attacchi iraniani. «Le istruzioni del Pikud HaOref, il Comando del Fronte Interno, sono chiarissime: niente assembramenti, né all’aperto né al chiuso. Le direttive al momento valgono fino a sabato sera alle otto. In queste condizioni il tempio non può restare aperto».
La decisione è stata comunicata alle sinagoghe della comunità degli italkim, gli italiani d’Israele: la lettura della Meghillà deve avvenire in piccoli gruppi, all’interno dei rifugi condominiali. «Parliamo di dieci, quindici persone al massimo. Non possiamo gravare su strutture pensate per gli abitanti del palazzo. Un rifugio costruito per cinquanta o sessanta persone non può ospitarne altre sessanta esterne». Anche le feste previste a Tel Aviv e Netanya sono state annullate.
Durante lo Shabbat appena trascorso gli italkim di Gerusalemme hanno ospitato diversi ragazzi italiani di 15 anni che studiano in Israele grazie al programma di scambio “Naale” e sono lontani dalle rispettive famiglie. «Li avevamo invitati per trascorrere con noi giovedì sera, venerdì e sabato. Abbiamo organizzato visite a Gerusalemme, la cena di Shabbat, momenti comunitari. Ma durante la funzione in sinagoga sono scattati diversi allarmi: siamo dovuti uscire più volte e spostarci nelle zone più protette dell’edificio».
Il palazzo storico del Tempio italiano di Gerusalemme non dispone di un rifugio antimissile certificato. «Abbiamo muri spessi settanta centimetri, in pietra dell’Ottocento, e una zona protetta. Ma non è un rifugio tecnico approvato. Quando suona la sirena ci si sposta lì. È stato un continuo entra ed esci».
Anav sottolinea come la situazione sicurezza sia in continua evoluzione. «Le istruzioni sono cambiate più volte: prima il divieto di assembramenti era valido fino a lunedì, poi c’è stata una proroga, e poi un’altra fino al prossimo sabato. Mi confronterò con il consiglio, ma sono orientato a tenere chiuso anche sabato il tempio. Preferisco rinunciare a uno Shabbat oggi per poterne celebrare altri mille domani».
Per Anav, con una figlia nell’esercito e una in procinto di arruolarsi, «il nostro compito di cittadini è minimizzare il rischio di perdite. I soldati difendono i confini, noi dobbiamo difendere la vita quotidiana, limitare i danni. È fondamentale l’autodisciplina. Rispettare le regole significa non offrire ai nostri nemici vantaggi psicologici o morali. Questa è una guerra, non un gioco».
L’atmosfera a Gerusalemme è sospesa. «Le strade non sono piene come al solito, ma la vita continua. Si lavora, si fanno commissioni, con un orecchio alla radio e un occhio al telefono». Anche Anav, continua, poco prima era nel rifugio con i nipoti, a cui stava portando dei doni per Purim (nell’immagine). «Quando suona il pre-allarme prendono le scarpe – perché nel rifugio si scende con le scarpe, nel caso ci siano vetri – uno prende il tablet, la piccolina di due anni indica il suo giocattolo. Restiamo un quarto d’ora e poi torniamo su». I bambini, aggiunge, «reagiscono con una naturalezza sorprendente». Ma il timore è per il perdurare del conflitto: il presidente Usa Donald Trump ha parlato di quattro o cinque settimane, in Israele non si fanno previsioni. «In ogni caso siamo tranquilli. La vera fatica psicologica verrà forse dopo, se le scuole passeranno alla didattica a distanza. I bambini, come gli adulti, sono animali sociali. Non possono restare chiusi in casa 24 ore al giorno. Bisogna trovare momenti per uscire, fare una passeggiata breve. La vita deve continuare». Per questo racconta di aver mandato il nipote undicenne a comprare un gelato con la sorellina, a cento metri da casa. «Serve a respirare, a non vivere solo dentro il rifugio».
Poi il ricordo torna al 1991, ai missili di Saddam Hussein durante la guerra del Golfo. «Sigillavamo le finestre con il nylon per paura dei gas. Dissi a mio figlio piccolo: “Non ti preoccupare, c’è papà”. E lui mi rispose: “Ma tu sai fermare i missili?”. Aveva ragione. Noi non sappiamo fermarli, ma possiamo limitare i danni della guerra. Allo stesso tempo, dobbiamo affidarco allo Stato e, ripeto, seguire le istruzioni».
Nonostante le difficoltà, ci sono modi per celebrare Purim in compagnia. «Stasera i ragazzi del palazzo faranno una piccola festa nel rifugio. Si maschereranno lì sotto. Anche io forse metterò una maschera».
Il morale, conclude Anav, resta alto. «Il Paese è molto forte. Siamo convinti che non ci fossero alternative contro la minaccia iraniana. Quando capisci che non hai alternative, le decisioni diventano chiare. Le strategie sono definite, le tattiche conseguono. E si va avanti».

Daniel Reichel