CULTURA – Dal fango al bello, addio a Vittorio Corinaldi, architetto dei kibbutz
Quando arrivò nel kibbutz Bror Hayil, negli anni Cinquanta, Vittorio Corinaldi trovò davanti a sé poco più che un accampamento. «Non c’era quasi nulla», avrebbe ricordato molti anni dopo. «C’era un misero campo di baracche e alcuni primi edifici residenziali. Non c’erano marciapiedi, il fango in inverno era insopportabile, mancavano servizi e non c’erano alberi. Era deprimente».
Da quel paesaggio spoglio iniziò la sua storia israeliana. Corinaldi — cresciuto in Italia, fuggito in Brasile e poi approdato in Israele, dove è morto nei giorni scorsi a 94 anni — avrebbe progettato, a partire dagli anni Cinquanta, decine di edifici nei kibbutz da nord a sud del Paese. Per il grande pubblico il suo nome resta poco noto ma, come ha scritto Ynet, era «forse l’architetto israeliano più importante di cui gli israeliani non hanno mai sentito parlare». Eppure il suo segno è ovunque: mense, scuole e spazi comunitari che hanno dato forma alla vita quotidiana dei kibbutz.
Corinaldi nacque a Milano nel 1931, in una famiglia ebraica borghese. Il padre, Adalberto, era dirigente delle Assicurazioni Generali e l’infanzia del giovane Vittorio trascorse in un ambiente agiato e pienamente integrato nella società italiana. Tutto cambiò nel 1938 con le leggi razziali fasciste: lui e la sorella Elena furono espulsi dalla scuola statale e frequentarono l’istituto scolastico messo in piedi dalla Comunità ebraica per studenti e professori ebrei. L’anno successivo la famiglia, mentre la politica antisemita si faceva più feroce, decise di lasciare l’Italia.
Nonostante i Corinaldi fossero sionisti convinti, ricordò Vittorio, raggiungere la Palestina mandataria era quasi impossibile dopo le restrizioni britanniche all’immigrazione ebraica. Così nel giugno 1939 partirono per il Brasile su una nave diretta oltreoceano. «Per noi bambini sembrava una crociera di piacere», raccontò Corinaldi in un’intervista a ynet. «Solo molto più tardi abbiamo compreso il peso dell’apprensione che accompagnava la decisione dei nostri genitori».
A San Paolo, dove la famiglia si stabilì, Vittorio crebbe e si formò come architetto in una stagione di grande fermento culturale e urbanistico. L’ambiente brasiliano segnò profondamente il suo linguaggio progettuale, osserva su Haaretz l’architetta Naama Riba. In Israele il brutalismo era spesso associato quasi esclusivamente al cemento a vista; la formazione paulista di Corinaldi lo portò invece a un approccio diverso: utilizzare i materiali nel loro stato naturale, senza rifiniture superflue, lasciando parlare la struttura stessa degli edifici.
A metà degli anni Cinquanta, nel solco dell’impegno sionista della famiglia, l’architetto decise di trasferirsi in Israele. Arrivò nel 1956 con la moglie Yaffa e si stabilì a Bror Hayil, kibbutz fondato da immigrati brasiliani ai confini della Striscia di Gaza. Fu subito coinvolto nei lavori di costruzione e pianificazione. L’Agenzia Ebraica finanziava i progetti ma imponeva modelli standardizzati, che Corinaldi giudicava «pessimi, un progetto senza grazia». Cominciò così a modificarli, adattandoli alla vita comunitaria e al paesaggio.
Nel corso dei decenni progettò decine di edifici nei kibbutz, soprattutto nel sud del Paese. Tra questi mense diventate il cuore sociale delle comunità, come a Nahal Oz o Kfar Aza. La sua filosofia architettonica era sobria e legata alla vita collettiva. «Ho sempre cercato di spiegare ai membri del kibbutz che non ci occupiamo solo dell’aspetto funzionale: creiamo cultura attraverso ciò che facciamo», scriveva. «Penso di essere riuscito a creare un dialogo interessante con i kibbutz con cui ho lavorato».
Negli ultimi decenni l’architetto dei kibbutz guardò con crescente disillusione alla trasformazione di quel mondo ispirato agli ideali sionisti e socialisti. La privatizzazione e il cambiamento dei modelli di vita lo amareggiarono profondamente. «Non sono un fanatico ideologico», spiegò, «ma per me il kibbutz aveva una certa unicità che si è persa».
Nel libro del 2024 Corinaldi dedicò un’analisi al trauma del 7 ottobre 2023. «Il sacrificio dei kibbutz della regione è insopportabile», scrisse, denunciando anni di indifferenza verso le comunità di confine. Eppure molti degli edifici progettati da Corinaldi continuano a vivere proprio lì, nei kibbutz colpiti. Le mense che aveva immaginato come luoghi di incontro sono tornate a essere spazi di comunità. A Be’eri, la mensa è stata tra le prime istituzioni a riaprire dopo l’attacco.
Anche a Nahal Oz, devastato dal 7 ottobre, la grande sala da pranzo progettata da Corinaldi negli anni Settanta ha ripreso il suo ruolo centrale. In un messaggio di cordoglio, Nahal Oz ringrazia l’architetto per aver «progettato il cuore del nostro kibbutz». In quell’edificio, con il soffitto di legno pensato per creare «calore e intimità» e le grandi finestre affacciate sui prati, per decenni si sono celebrati feste e momenti di vita collettiva. «I muri che ha progettato», ricordano i membri del kibbutz, «hanno assorbito decenni di vita, cultura e comunità. E continueranno a farlo».
d.r.