MEMORIA – Dino e Dario, due vite parallele
La distanza tra la vita e la morte può dipendere da un passaggio, da una scelta, da una circostanza impossibile da prevedere. Tra il 1938 e il 1945, per molte famiglie ebraiche europee quella distanza fu fragile, quasi impercettibile. È proprio questa fragilità – la precarietà di ogni decisione in un contesto di persecuzione – il filo conduttore di Due destini, una città. Dino Molho e Dario Molho, le tracce negli archivi di Milano (1938-1991), la mostra promossa dal Memoriale della Shoah di Milano e dalla Fondazione Cdec, curata da Patrizia Baldi e Saverio Colacicco e in programma al Memoriale dal 5 marzo al 5 aprile.
Il progetto nasce dall’incontro tra due ricerche. Da un lato quella di Colacicco, dottorando in Studi storici all’Università degli Studi di Milano, sulla spoliazione dei beni ebraici in città; dall’altro il lavoro di Baldi, pedagogista e responsabile della didattica della Fondazione Cdec, sull’applicazione della legislazione antiebraica fascista nelle scuole elementari del centro storico. «A un certo punto, dai registri scolastici sono emersi i nomi di Dino e di Dario», spiega Baldi: il primo punto di contatto tra le due indagini.
Le due storie rivelano subito sorprendenti somiglianze. Dino (1928) e Dario (1929) sono coetanei, figli di famiglie ebraiche sefardite originarie di Salonicco stabilitesi a Milano. «Erano quasi come immagini speculari», afferma Colacicco. «Avevano un anno di differenza, famiglie simili e abitavano in corso Vercelli, uno al civico 2 e l’altro al 16, sullo stesso lato della strada».
Entrambe le famiglie arrivano da Salonicco a Milano tra Otto e Novecento, integrandosi nel tessuto cittadino. Nel caso della famiglia di Dino, però, il regime continua a considerarli formalmente stranieri. «Per la Prefettura risultavano sudditi greci», ricorda lo storico. «Con l’ingresso dell’Italia in guerra questo significava essere trattati anche come cittadini di un Paese nemico». Una condizione che rende queste vicende, sottolinea lo storico, sorprendentemente attuali: «Sono storie che parlano anche al presente, di famiglie immigrate che si sentono pienamente parte della città in cui vivono e al contempo sono considerate corpi estranei».
Le vite di Dino e Dario scorrono parallele fino al 1938, quando le leggi razziali li espellono dalla scuola e aprono la stagione della persecuzione.
È in quel momento che i due destini si separano. «Sappiamo che entrambe le famiglie sfollano a Magenta nel 1943», racconta Colacicco.
Dario
«Poi, per un motivo che non siamo riusciti a ricostruire, quella di Dario torna a Milano mentre quella di Dino resta nascosta. In quel bivio le loro storie prendono strade opposte».
Per la famiglia di Dario la persecuzione si conclude con la deportazione. Arrestato a Milano nel maggio 1944 insieme alla madre Rachele Saltiel, il ragazzo parte il 9 giugno dal Binario 21 della Stazione Centrale – oggi Memoriale della Shoah – verso il campo di transito di Fossoli. Da lì, il 26 giugno, viene deportato ad Auschwitz-Birkenau, dove sarà assassinato a sedici anni.
Dino
Diverso il destino della famiglia di Dino. Dopo l’8 settembre 1943 i Molho trovano rifugio nello stabilimento di Magenta di cui il padre Salomone è proprietario. Alcuni dipendenti organizzano un nascondiglio all’interno della fabbrica e li proteggono fino alla Liberazione dell’aprile 1945.
Dalla ricostruzione di queste due vicende nasce inizialmente un laboratorio didattico per gli studenti, primo risultato della ricerca. Attraverso registri scolastici, atti amministrativi e documenti familiari, i ragazzi ricostruiscono passo dopo passo le vite dei due protagonisti. «Il punto era mostrare che la Shoah non è solo un evento improvviso», spiega Baldi. «È un processo che si costruisce nel tempo attraverso decisioni amministrative, norme, registrazioni burocratiche».
Per i curatori questo è uno snodo centrale del percorso. «Quello che volevamo far percepire è la fragilità delle scelte», sottolinea la pedagogista. «Ex post ci si chiede sempre perché sia successo qualcosa. Ma nel momento in cui si vive quella situazione le conseguenze non sono affatto prevedibili».
La mostra restituisce questa complessità attraverso un percorso costruito sui documenti. Registri scolastici, atti comunali, carte della Prefettura e materiali provenienti dagli archivi del Cdec dialogano con i documenti della famiglia di Dino Molho, scomparso nel 2020. Tra le carte esposte figurano anche le liste del trasporto del 26 giugno 1944 da Fossoli ad Auschwitz e l’elenco dei deportati ebrei dall’Italia stilato nel dopoguerra, noto come “libro blu”.
«Abbiamo voluto rendere tangibile il coinvolgimento degli enti locali nell’applicazione delle leggi antiebraiche», prosegue Baldi. «Le scuole, il Comune, gli uffici amministrativi: la persecuzione passava anche da lì».
La salvezza
Accanto alla distruzione emerge però anche il tema della salvezza. Nel caso di Dino, il ruolo decisivo è quello dei dipendenti della fabbrica di famiglia. «Le storie di salvezza esistono perché qualcuno tende la mano», osserva Colacicco. «Ma esistono anche perché chi si salva cerca attivamente una via di fuga».
Il confronto tra le due vicende è diventato il cuore del progetto educativo da cui nasce la mostra. Non a caso l’esposizione apre alla vigilia della Giornata europea dei Giusti. «In questa ricorrenza l’attenzione è spesso rivolta soprattutto a chi prestò soccorso», conclude Baldi. «Noi abbiamo spostato lo sguardo sui salvati, su chi è riuscito a sopravvivere. Raccontare la salvezza non significa costruire una narrazione consolatoria, ma comprendere meglio quanto fosse incerto il confine tra la vita e la morte in quegli anni».
Daniel Reichel
(Nell’immagine in alto, l’esposizione al Memoriale; in basso Esther, Iris, Dino Molho in una foto di famiglia prestata per l’esposizione dalla famiglia)