ISRAELE – Aliza Bloch: «A Beit Shemesh dolore e solidarietà dopo il missile iraniano»
Beit Shemesh è ancora sotto shock. La tranquilla città collinare, a circa mezz’ora da Gerusalemme, il 1 marzo è stata sconvolta da un missile iraniano che ha colpito una sinagoga e il rifugio antiaereo sottostante. Nove persone sono state uccise, decine ferite e centinaia di residenti sono stati evacuati. «Siamo ancora nei giorni della shivà. Quando la settimana di lutto finirà e potremo iniziare davvero a occuparci della situazione, probabilmente inizieranno difficoltà ancor più grandi. È stato un evento rarissimo e sconvolgente», racconta a Pagine Ebraiche Aliza Bloch, ex sindaca della città.
Bloch ricostruisce quei momenti: «Erano circa le due meno un quarto del pomeriggio, un normale giorno feriale. Le persone stavano pranzando. Siamo abituati alla guerra, ma non la sentivamo così vicina». Poi, all’improvviso, l’impatto: «Un missile ha colpito una delle sinagoghe, distruggendola completamente».
Al momento dell’esplosione una trentina di persone si trovava all’interno del rifugio sottostante la sinagoga. «La maggior parte delle vittime era sulla strada per mettersi al riparo», spiega Bloch. Tra i morti ci sono nove persone appartenenti a cinque famiglie del quartiere: i tre fratelli adolescenti Yaakov, Avigail e Sarah Biton; Sara Elimelech e la figlia Ronit; Bruria Cohen e suo figlio Yossi; Oren Katz, padre di quattro figli; e il sedicenne Gabriel Baruch Revach.
La deflagrazione ha devastato l’area attorno alla sinagoga e danneggiato numerosi edifici vicini. «Molte persone sono uscite dal rifugio e hanno scoperto che la loro casa non c’era più». Alcune abitazioni sono andate distrutte, altre richiederanno lavori lunghi prima che gli abitanti possano rientrare. Nel frattempo centinaia di residenti sono stati trasferiti in alberghi a Gerusalemme.
Nonostante la violenza dell’impatto, sottolinea l’ex prima cittadina, l’esito avrebbe potuto essere ancora più grave. «Quando si vedono le dimensioni dell’esplosione si capisce quanto gli spazi protetti abbiano salvato vite. Quasi tutti quelli che erano lì dentro si sono salvati». L’onda d’urto e le schegge «sono arrivate molto lontano».
La città
Fondata negli anni Cinquanta per accogliere immigrati ebrei provenienti soprattutto dai paesi arabi, Beit Shemesh è cresciuta rapidamente negli ultimi decenni. Negli anni Novanta è stata scelta anche da molti immigrati anglofoni, attratti dai prezzi più bassi delle case e dalla posizione tra Gerusalemme e Tel Aviv. Nello stesso periodo hanno iniziato a trasferirsi numerosi gruppi haredi. Oggi circa il 70% della popolazione appartiene a questa comunità e la città è diventata un mosaico di quartieri con identità religiose diverse, spesso segnato da tensioni sociali.
L’attacco ha colpito una delle zone più storiche della città. «È un quartiere molto vecchio», racconta Bloch. «Tutti si conoscono, le famiglie si frequentano da anni». Per questo il dolore è condiviso. «C’è una grande paura, ma anche un lutto enorme».
Allo stesso tempo, aggiunge, la risposta della città è stata immediata. «C’è stato un abbraccio molto forte. Una sensazione di comunità che sostiene e protegge. In mezzo al dolore è emersa molta solidarietà».
Purim
In questo conflitto, arrivato a meno di una dall’ultimo scontro con l’Iran, Bloch osserva una maggiore attenzione nel seguire le istruzioni delle autorità. «Si vede chiaramente che le persone sono diventate molto più disciplinate. Corrono subito nei rifugi e capiscono che il pericolo è reale».
La guerra con il regime di Teheran è scoppiata proprio nei giorni di Purim, la festa che ricorda la salvezza del popolo ebraico dal complotto di Haman, alla corte del re persiano Assuero. «È molto simbolico che il conflitto con l’Iran, l’antica Persia, avvenga proprio durante Purim», osserva Bloch. «Da una parte c’è la sensazione che stiamo di nuovo sconfiggendo i nostri nemici. Dall’altra è impossibile festeggiare quando così tante famiglie sono in lutto».
Le celebrazioni pubbliche sono state cancellate. «Le direttive vietavano gli assembramenti, quindi tutte le feste di Purim sono state annullate». Alcuni gesti della tradizione sono rimasti. «Le persone hanno portato piccoli mishloach manot (lo scambio tradizionale di cibo tra amici e conoscenti per Purim) e hanno letto la Meghillà nelle case, molto raramente nelle sinagoghe».
Educazione e sicurezza
Mentre gli allarmi continuano a suonare, Bloch invita a guardare oltre l’emergenza. Ricorda che dietro la capacità di difesa di Israele c’è un investimento di lungo periodo nello studio e nella formazione. «Le operazioni che vediamo oggi non sono decisioni prese ieri così come la nostra capacità di difenderci dai missili», spiega. «Sono il risultato di anni di studio, di giovani che hanno imparato scienza e tecnologia e si sono preparati per molto tempo». Per questo, aggiunge, «un buon sistema educativo è una delle chiavi della sicurezza di Israele».
Nel guardare al presente del Paese, Bloch insiste su due parole: speranza e unità. «Viviamo un periodo non semplice, ma dobbiamo ricordarci di guardare anche al bene, alle vite che sono state salvate, e continuare a mantenere speranza». E soprattutto evitare divisioni interne. «Abbiamo abbastanza nemici fuori che cercano di distruggerci. Non c’è bisogno di combattere tra di noi. Possiamo non essere d’accordo su tutto, ma almeno dentro casa dobbiamo sostenerci a vicenda».
Daniel Reichel