LOMBARDIA – Giusta fra le Nazioni la suora che nascose gli ebrei in clinica
«Non ricordo bene come siamo scappate, avevo solo dieci anni e capivo poco di quello che stava succedendo. Ma abbiamo trovato suor Luigia, che per noi è stata molto più di una suora».
Con queste parole Serena Milla, 92 anni, ha ricordato la donna che durante la Shoah salvò lei, sua madre e sua nonna dalla deportazione. La testimonianza è risuonata il 5 marzo agli Istituti Clinici Zucchi di Carate Brianza (Monza Brianza), dove è stata consegnata ai famigliari di suor Luigia Gazzola la medaglia e il certificato di Giusta tra le Nazioni, conferiti dal Memoriale della Shoah Yad Vashem di Gerusalemme.
La vicenda risale al 1943. In quegli anni la Clinica Zucchi era una Casa di salute per signore, una struttura psichiatrica femminile. A guidarla era suor Luigia Gazzola, religiosa originaria di Altivole, in provincia di Treviso, madre superiora della clinica durante la guerra.
È lì che trovò rifugio la famiglia Milla dopo l’8 settembre 1943. Ebrei milanesi, i Milla avevano cercato riparo a Verderio per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche della Repubblica sociale e alle retate naziste. Ma una delazione portò all’arresto di parte dei familiari. Il padre di Serena, Ugo, e lo zio Ferruccio furono catturati e deportati ad Auschwitz, dove furono assassinati. Stessa sorte toccò alle zie Laura, Lina e Amelia. Serena riuscì invece a salvarsi insieme alla madre Lea e, poco dopo, alla nonna Nelly Coen Gialli, trovando protezione alla Casa di salute di Carate Brianza grazie a suor Luigia Gazzola. Ad accoglierle fu proprio suor Luigia. «Non ricordo chi ci accompagnò alla clinica ero piccola. Ma lì c’erano altre persone nascoste e per noi quella suora diventò un punto di riferimento», ha raccontato Serena.
Per sottrarli ai rastrellamenti nazifascisti la madre superiora trovò una soluzione semplice quanto rischiosa. Quando arrivavano fascisti o soldati tedeschi, faceva nascondere le Milla nel reparto psichiatrico della struttura. «Eravamo vicino al reparto dei malati di mente perché i tedeschi non si spingevano fin là. Avevano paura dei matti».
Durante le perquisizioni i bambini venivano nascosti in pochi istanti. «Quando arrivavano i soldati suor Luigia faceva nascondere noi più piccoli sotto il divano». Altre volte era una giovane paziente della clinica ad aiutarla. «Aveva capito tutto e mi prendeva per mano trascinandomi sotto il suo letto».
In mezzo alla paura restano anche ricordi più leggeri. I giochi nel grande parco della clinica, l’orto, le lezioni che la nonna impartiva ai bambini nascosti nella struttura. E la presenza rassicurante della madre superiora. «Mi chiamava “frittola”, perché mi piacevano le frittelle. Era sempre sorridente e quando passavo mi faceva una carezza».
Così Serena, la madre e la nonna rimasero protette fino alla Liberazione. Il 25 aprile 1945 la fine della guerra arrivò dentro la clinica. «Ricordo la Madre che suonava la campana e gridava: “È finita! È finita!” e noi tutti a ballare e abbracciarci».
Il rapporto con la religiosa continuò anche nel Dopoguerra. Serena tornò più volte a Carate Brianza per salutare lei e le altre suore. «Ha corso grandi rischi per proteggerci e non ha salvato soltanto noi tre, ma tante, tantissime persone».
Alla cerimonia del 5 marzo era presente anche Mario Gazzola, novantenne, nipote della suora, tra coloro che hanno contribuito a ricostruire la vicenda. «Il fatto di accostare zia suor Luigia a figure come Bartali o Perlasca, Giusti tra le Nazioni, mi emoziona e mi rende particolarmente orgoglioso», ha spiegato.
Eppure in famiglia di quella storia si parlava pochissimo. «Zia Luigia considerava quello che aveva fatto una semplice “sinecura”, diceva: è il mio dovere. Non cercò mai riconoscimenti».
Solo poco prima di morire, nel 1983, accennò per la prima volta al suo intervento durante la guerra. «Due giorni prima del suo decesso mi disse: “Mario vieni a trovarmi, perché ti metto in contatto con i testimoni”».
Da quelle parole prese avvio un percorso lungo decenni, rilanciato negli ultimi anni grazie al lavoro di ricerca e all’impegno della scrittrice Paola Fargion, presente alla cerimonia, assieme a Daniela Dana Tedeschi, presidente dell’Associazione Figli della Shoah. Il 9 giugno scorso è arrivato il riconoscimento ufficiale dello Yad Vashem.