LA RIFLESSIONE – Alberto Heimler: È una guerra preventiva
La guerra avviata dagli Stati Uniti e da Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran non è una guerra aggressiva, come spesso viene rappresentata nel dibattito pubblico, ma una combinazione di guerra preventiva e di autodifesa indiretta.
In Italia c’è ancora una grande confusione al riguardo e l’opinione pubblica che segue la TV e legge i giornali, per non parlare di chi è collegato alle piattaforme sociali, risulta obiettivamente frastornata da come questa guerra viene raccontata. Molti la definiscono un’iniziativa volta a sconfiggere un regime dittatoriale senza però una vera ragione strategica. Al massimo si dice che si vuole esportare la democrazia, che si vogliono sostenere i manifestanti contro il regime degli ayatollah, che si vuole punire un regime anti occidentale. In ogni caso, si conclude, l’attacco viola il diritto internazionale ed è del tutto inutile perché questi obiettivi sono troppo vaghi e difficilmente raggiungibili.
La realtà strategica è molto diversa.
Innanzitutto gli armamenti dell’Iran e le sue capacità militari sono quelle tipiche di uno Stato fortemente aggressivo: missili balistici di quella precisione e di quel numero, droni sofisticati e precisi, entrambi peraltro prodotti in parte all’interno del Paese, sono tipicamente associati a dottrine offensive o di deterrenza coercitiva. E vengono utilizzati attivamente come si è visto nel conflitto tra Israele e Hamas a Gaza e negli attacchi dei suoi alleati regionali. Se a questo si aggiunge la possibilità che l’Iran si doti di una bomba nucleare, la minaccia creata diviene esistenziale e non solo per Israele. Più nell’immediato, riuscire a lanciare missili balistici dalle navi, come la Cina avrebbe consentito all’Iran di effettuare a breve, avrebbe rappresentato una ulteriore grave minaccia per il mondo intero, inclusi naturalmente gli Stati Uniti.
La guerra contro la Repubblica Islamica dell’Iran è quindi innanzitutto preventiva, non certo aggressiva.
Ci sono due tipi di guerre preventive. Una che anticipa un attacco imminente e che il diritto internazionale giustifica appieno, per esempio la Guerra dei Sei giorni che nel 1967 consentì a Israele una vittoria folgorante sugli Stati arabi confinanti dopo che era evidente la loro intenzione di attaccare. La seconda categoria di guerra preventiva è invece quella contro l’Iran di questi giorni in cui l’attacco degli Stati Uniti e di Israele ha l’obiettivo, in questa logica, di evitare un attacco futuro, non imminente però.
In questi casi il diritto internazionale, che molti intendono violato sia formalmente che sostanzialmente, in realtà è solo violato formalmente. Infatti l’attacco all’Iran non è stato preceduto da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che in generale, dato il pericolo che l’Iran rappresenta, avrebbe invece dovuto essere concessa. Tuttavia, come avvenuto nel caso dell’attacco alla Serbia del 1999, anch’esso non preceduto dal mandato dell’Onu, ogni tentativo di ottenere l’approvazione dell’Onu sarebbe stato presumibilmente bloccato dal veto della Russia e della Cina, oltre che avrebbe eliminato l’effetto sorpresa.
L’aver ignorato l’Onu non è quindi dovuto all’arroganza degli Usa e di Israele, ma all’incapacità dimostrata dalle Nazioni Unite di affrontare e risolvere i conflitti, sia quelli in corso che quelli latenti. Infatti l’Onu ha perso efficacia negli ultimi decenni e le sue iniziative per la pace sono del tutto formali e volte a promuovere sempre e ovunque il cessate il fuoco o a evitare lo scontro armato, non a risolvere i problemi che minacciano l’ordine internazionale, come sarebbe invece necessario.
Più nel dettaglio la guerra nei confronti della Repubblica Islamica dell’Iran intende bloccare la sua volontà egemonica nel Medio Oriente e nei confronti dell’intero islam, il suo ruolo di paladino della lotta all’Occidente e ai suoi valori. In particolare la Repubblica islamica dell’Iran è stata un nemico degli Stati Uniti e di Israele fin dalla sua fondazione, con continui attacchi diretti e indiretti. Non solo le bandiere degli Usa e di Israele vengono regolarmente bruciate durante le radunate oceaniche degli islamici radicali iraniani, ma la leadership iraniana ha sempre dichiarato pubblicamente il suo principale obiettivo strategico: attaccare gli Stati Uniti e distruggere Israele. Inoltre si è attivamente impegnata a perseguirlo, sia con azioni dirette sia finanziando e organizzando eserciti e milizie attivamente ostili, come la Siria di Assad, Hamas, Hezbollah, gli Houthi e più in generale sostenendo l’intero movimento mondiale dell’Islam radicale. La Repubblica islamica ostituisce pertanto una minaccia strategica non solo per Israele e gli Stati Uniti ma per l’intero sistema di sicurezza occidentale.
Da tutte queste considerazioni emerge che a ben guardare la questione sulla natura della guerra è più complessa di quanto finora indicato. Gli Stati Uniti e Israele attaccano certamente l’Iran per prevenire una guerra futura, ma reagiscono anche all’attacco dell’Iran a Israele effettuato attraverso i suoi strettissimi alleati (solo un episodio che dimostra il ruolo attivo dell’Iran nel conflitto: l’ambasciatore iraniano è stato ferito dallo scoppio dei cercapersone di Hezbollah: era perciò parte integrante della rete). La guerra contro l’Iran è pertanto una combinazione di guerra preventiva e difensiva indiretta.
Nel concreto la guerra è iniziata quando la delegazione iraniana, a Ginevra per i negoziati con gli Stati Uniti, ha dimostrato la sua volontà di non voler accettare alcun controllo sul suo programma nucleare e, soprattutto, dopo che ha rifiutato ogni compromesso sul numero e la qualità dei missili balistici a sua disposizione. La proposta americana sui missili balistici presentata agli iraniani è stata ritenuta irricevibile ancora prima di essere letta e discussa. Questo rifiuto a priori a voler negoziare sugli armamenti a disposizione ha reso chiaro agli Stati Uniti che l’unica possibilità per bloccare l’Iran fosse affidarsi alle armi.
La domanda più seria adesso è quali siano gli obiettivi della guerra. Non necessariamente lo smantellamento del regime degli ayatollah (anche se esso è auspicato) che probabilmente potrà avvenire solo tramite un’evoluzione interna (come suggerito dal presidente Trump) o semmai attraverso un’occupazione militare del Paese, oggi assolutamente inattuabile. Si tratta a mio parere di un obiettivo molto meno grandioso ma ugualmente importante, la distruzione totale delle capacità militari dell’Iran, già ben avviata, e la sostituzione della sua leadership con una meno ostile e più cooperativa con l’Occidente: non un cambiamento di regime, sempre auspicabile naturalmente, ma un sostanziale cambiamento del suo governo. Le prossime settimane ci daranno sicuramente risposte più precise, ma in ogni caso la posizione del governo italiano, non dichiaratamente in opposizione a quella degli attaccanti, andrebbe sostenuta non contrastata. Ignorare la dimensione strategica del conflitto in corso, come sembra fare il governo spagnolo tanto ammirato da parte dell’opinione pubblica, significa sottovalutare una minaccia che riguarda non solo gli Stati Uniti e Israele, ma l’equilibrio internazionale nel suo complesso.
Alberto Heimler