LA POLEMICA – Emanuele Calò: Quella rimozione colpevole
Federica Manzitti, sul Corriere della Sera dell’8 marzo 2026, pagine romane, firma la cronaca di “Un dettaglio minore”, tratto dall’omonimo romanzo di Adania Shibli, che sembra scritto da me (e questo non è un elogio) presso il Teatro India. Il titolo dell’articolo è “Cronaca di una morte ignorata a Gaza”. L’articolo inizia con la descrizione della Nakba, però non viene citata né la ragione, che fu il conflitto scatenato da parte araba, attraverso un itinerario scandito da una guerra civile e, poi, dall’ingresso di cinque eserciti al fine di distruggere il neonato Stato d’Israele, né si cita la parallela espulsione degli ebrei da tutti i Paesi arabi, né la modalità mista che assunse l’esodo arabo, come descritto da Benny Morris, né si dice che, nel bilancio finale, sono rimasti in Israele un numero sufficiente da dar luogo, oggi, alla presenza di oltre due milioni di arabi con pieni diritti, cui fanno riscontro i terrificanti zero ebrei nei paesi arabi.
La storia riguarda lo stupro e l’uccisione, nel 1949, di una ragazza beduina da parte di soldati israeliani nel Negev, e quindi non concerne né i palestinesi né Gaza. Il titolista era distratto oppure innamorato? Chissà.
Times of Israel del 16 ottobre 2023 riferisce: «Venti soldati coinvolti nello stupro e nell’omicidio del 1949 furono mandati in prigione militare; l’allora primo ministro David Ben Gurion definì, secondo Haaretz, tale aggressione una “orribile atrocità”». Risultano casi simili nella parte araba?
Nemmeno questo viene citato nell’articolo. Non mi risulta che gli stupri di massa realizzati il 7 ottobre 2023 siano stati trattati nello stesso modo da Gaza, dal vertice terrorista fino alla base popolare. Per non dire delle mutilazioni, delle atrocità varie. La differenza risiede in ciò che le atrocità non erano state autorizzate o tollerate dagli alti comandi israeliani, mentre per i terroristi di Gaza erano la norma, visto che i cadaveri/i corpi agonizzanti, girarono come trofei per Gaza nel 2023, mentre in Israele questo scempio sarebbe stato inconcepibile.
Nel racconto si riferisce che alla Shibli venne revocato un premio alla Fiera di Francoforte, ma non se ne dice il perché, e sarebbe stato opportuno farlo. Invece, si disquisisce di «una terra segnata dall’annullamento dell’identità»: poiché non ne ho contezza, direi che l’articolista avrebbe fatto bene a spiegarlo.
La cronaca del Corriere narra le difficoltà incontrate in Cisgiordania per attraversare i diversi check point israeliani, senza menzionare le differenze fra le diverse zone scaturite dagli Accordi di Oslo, che nel romanzo sono citate. Non viene mai menzionato che la parte palestinese si è rifiutata a più riprese di prendersi (diciamo) la Cisgiordania, con Yasser Arafat prima e con Abu Mazen dopo. Nemmeno si dice che Israele si è ritirata in modo unilaterale da Gaza nel 2005, ricevendo come ringraziamento migliaia di missili, tali da rendere un inferno la vita degli israeliani, costretti a pagare 50mila dollari per frenare ogni razzo con l’Iron Dome, senza il quale non si potrebbe vivere in Israele. Non risulta nemmeno che Cisgiordania e Gaza, fino al 1967, erano occupate da Giordania ed Egitto, senza che i palestinesi avessero mai avanzato alcuna richiesta, non dico di indipendenza, ma nemmeno di autonomia.
Alla fine dell’articolo apprendiamo della «violenza sistematica di tutti i giorni che ogni palestinese vive sulla pelle dal momento in cui nasce, fino alla morte». Invece, gli israeliani si divertono? La sofferenza israeliana non esiste? Bene ha fatto Daniela Santus (Il Foglio, 15 settembre 2025) a scrivere “Mappa del dolore israeliano rimosso”. Ragion per cui sulle scene dei nostri teatri, non ci sarà nulla sugli stupri delle ebree e non ebree del 7 ottobre 2023, perché le femministe non ne hanno voluto parlare.
Uno schifo – intendiamoci – uno stupro e un omicidio – intendiamoci – non rientra nella partita doppia dei ragionieri. In questo caso, è ancillare a una narrazione che mi parrebbe inaccettabile. Meritava ben altro omaggio, la povera vittima. Quanto a noi, italiani, ci starebbe una pièce che ricordi come, non paghi dalla condizione in cui l’Italia fascista ridusse gli ebrei italiani, aveva pure bombardato Tel Aviv il 9 settembre 1940, uccidendo 127 persone. Come dire, che il mio Paese aveva provato, con successo, a inseguire gli ebrei sia nella penisola che in Palestina, con le peggiori intenzioni.
Nel caso riferito, un articolo riguardante una pièce teatrale diventa un’occasione per una narrazione off topic sulle presunte nefandezze israeliane, diverse dall’episodio criminale del 1949; è concepibile l’ipotesi speculare, favorevole, però, a Israele? Abbiamo riferito di un’intervista a Ermal Meta, sempre sul Corriere (Moked, 26 febbraio 2026) che diventa la piattaforma di lancio per una tirata contro Israele. Quando tocca a noi?
Emanuele Calò