MEDIO ORIENTE – Gli esperti israeliani: «Iran indebolito, punta a guerra di logoramento»
Pochi minuti dopo l’inizio del briefing con la stampa, una sirena ha interrotto la conversazione. Sima Shine, ex dirigente dell’intelligence israeliana e oggi ricercatrice dell’Institute for National Security Studies di Tel Aviv, si è dovuta allontanare per raggiungere un rifugio. L’episodio è avvenuto durante un incontro online organizzato dall’Ambasciata di Israele in Italia per fare il punto sulla guerra tra Israele e Iran.
Mentre Shine lasciava temporaneamente il collegamento, è stato Eldad Shavit, anche lui analista dell’INSS ed ex alto funzionario dell’intelligence israeliana, a proseguire il confronto con i giornalisti. «È un buon esempio di ciò che stiamo vivendo in Israele in questi giorni», ha osservato. «Passiamo da un allarme all’altro. In molte aree del Paese questa è ormai la normalità».
Quando Shine è tornata, ha ripreso proprio da quell’episodio per spiegare la logica della strategia del regime di Teheran. «Gli iraniani non stanno lanciando grandi quantità di missili», ha spiegato. «Usano numeri molto limitati, spesso poche unità. Ma questo basta per costringere milioni di israeliani a correre nei rifugi e interrompere la vita quotidiana». Una tattica deliberata, ha aggiunto: «Non vogliono esaurire rapidamente le loro scorte. L’obiettivo è prolungare la guerra il più possibile».
Secondo l’analista, il calcolo di Teheran è anche psicologico. «Quando la gente deve interrompere il lavoro, mandare i bambini nei rifugi e fermare la routine quotidiana, questo produce un effetto», ha sottolineato. «Dal loro punto di vista è già un risultato». In alcuni attacchi recenti, ha osservato, sono stati utilizzati missili con testate che si frammentano in decine di submunizioni, un tipo di arma a grappolo vietata dal diritto internazionale. «Anche quando l’intercettazione funziona, i frammenti possono comunque rappresentare un pericolo».
Altro obiettivo della leadership di Teheran è dimostrare la continuità del regime. «Prima della guerra avevano già deciso chi avrebbe sostituito i dirigenti in caso di eliminazioni mirate», ha spiegato. «Quando alcuni comandanti sono stati uccisi, i sostituti sono stati nominati immediatamente. Vogliono trasmettere l’idea che il sistema continua a funzionare».
Allo stesso tempo, ha aggiunto, il regime sta cercando di prevenire qualsiasi forma di protesta interna. «Vediamo molti membri dei Basij e dei Guardiani della rivoluzione nelle strade delle principali città. Il messaggio alla popolazione è molto chiaro: chi prova a organizzare proteste o a diffondere informazioni è trattato come un nemico».
Se Shine ha illustrato la logica della strategia iraniana, Shavit ha concentrato la sua analisi sulla posizione degli Stati Uniti. «La domanda centrale per Washington non è soltanto quanti danni siano stati inflitti all’Iran», ha osservato. «La vera questione è quale risultato sarà considerato sufficiente per mettere fine alla guerra».
Il presidente Usa Donald Trump continua a presentare la campagna militare come un successo, ma senza indicare con precisione quale sia la soglia minima per fermare le operazioni. «A Washington c’è un dibattito», ha spiegato Shavit. «Da una parte c’è la volontà di massimizzare i risultati militari, dall’altra crescono le pressioni economiche e politiche per ridurre la durata del conflitto. Negli Stati Uniti c’è disponibilità a sostenere attacchi limitati, ma non una guerra senza fine».
Il conflitto ha anche ripercussioni economiche globali. «L’instabilità nello Stretto di Hormuz e nei mercati energetici crea un rischio politico diretto per l’amministrazione americana», ha osservato Shavit. «Se il prezzo del petrolio sale troppo, diventa subito un problema interno negli Stati Uniti».
Questo equilibrio potrebbe tradursi in prospettive diverse tra Washington e Gerusalemme. «Israele punta a un cambiamento più profondo nell’equilibrio strategico con l’Iran. Gli Stati Uniti potrebbero invece considerare sufficiente un indebolimento significativo delle capacità iraniane e il ripristino della deterrenza», ha sottolineato Shavit. Allo stesso tempo, ha aggiunto, la cooperazione tra i due Paesi resta centrale. «Quello che abbiamo visto nelle ultime settimane dimostra quanto sia forte la relazione strategica tra Stati Uniti e Israele».
Sul futuro dell’Iran, Shine ha osservato come il dibattito sul cambio di regime venga spesso impostato in modo fuorviante. «Quando se ne parla, lo si associa direttamente alla guerra, come se dovesse avvenire immediatamente, ma può essere un processo lento. Credo che il regime, dopo la guerra, sarà così indebolito e così odiato dalla popolazione da trovarsi in una condizione molto fragile». E in quel momento potrebbe avvenire il cambiamento. «Ma è un grande punto interrogativo se avverrà».
d.r.