MEDIO ORIENTE – Quel rapporto antico fra Teheran e le sigle palestinesi
Hamas e Jihad islamica osservano con estrema attenzione l’andamento della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, consapevoli che l’esito dello scontro potrebbe ridisegnare il loro futuro politico e militare nella Striscia di Gaza. Il regime di Teheran rappresenta da anni il principale sponsor militare e finanziario delle due organizzazioni terroristiche palestinesi, e un suo eventuale indebolimento – o crollo – inciderà direttamente sulle loro capacità operative.
Il portavoce di Hamas, Hazem Qassem, ha salutato la nomina del nuovo leader supremo iraniano Mojtaba Khamenei augurandogli «successo nel realizzare le aspirazioni del popolo iraniano di sconfiggere l’aggressione israelo-americana». Anche la Jihad islamica palestinese ha inviato un messaggio di congratulazioni alla nuova guida suprema iraniana.
Il rapporto tra i movimenti palestinesi e l’Iran ha radici molto più lontane. Risale agli anni della Rivoluzione islamica del 1979, quando il leader dell’Olp Yasser Arafat fu tra i primi dirigenti stranieri a recarsi a Teheran dopo la caduta dello scià. A ricostruire quella fase è un lungo saggio pubblicato dalla rivista ebraica americana Tablet, firmato nel 2019 dall’analista Tony Badran, che la testata ha riproposto per ripercorrere la nascita del regime iraniano.
Secondo Badran, il rapporto non fu soltanto politico. Militanti palestinesi entrarono in contatto con i rivoluzionari iraniani già negli anni Sessanta e Settanta, offrendo addestramento militare e supporto logistico. «La creazione del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica potrebbe essere il più importante contributo che l’Olp diede alla rivoluzione iraniana», scrive l’analista, ricordando come esponenti vicini ad Arafat collaborarono con i khomeinisti nella fase di formazione del nuovo apparato di sicurezza della Repubblica islamica.
Per Arafat, osserva Badran, «il nuovo regime rivoluzionario in Iran prometteva di offrire ai palestinesi un potente nuovo alleato». Il leader dell’Olp immaginava anche di ritagliarsi un ruolo diplomatico nel Medio Oriente in trasformazione: «Arafat vedeva l’opportunità di fare da intermediario tra Iran e paesi arabi, incoraggiandoli a evitare conflitti tra loro e a sostenere invece i palestinesi nella loro lotta contro Israele». Con il tempo, però, «divenne chiaro che la doppia fantasia di Arafat era irrealizzabile e che, anzi, sarebbe diventata piuttosto pericolosa per la causa palestinese». Il regime degli ayatollah non si rivelò un semplice alleato, ma un attore con una propria agenda regionale, deciso a integrare i movimenti palestinesi nella sua rete di influenza. Un legame che nel tempo ha finito per vincolare il destino dei secondi alle strategie di Teheran.
Hamas e la Jihad islamica sono diventati parte integrante di questo sistema. Per questo sottolinea su Ynet, Tzachi Hanegbi, già consigliere per la sicurezza nazionale del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, l’esito del conflitto potrebbe determinarne il destino. Nella sua analisi, Hanegbi descrive diversi scenari possibili: dal collasso del regime iraniano a una rivoluzione interna, fino a uno stallo o a un accordo negoziato con Washington. In quasi tutte le ipotesi, però, la conseguenza sarebbe simile. Se Teheran venisse indebolita o costretta a cambiare rotta, «il sostegno iraniano a Hamas e alla Jihad islamica cesserebbe completamente», scrive Hanegbi, aprendo la strada a un possibile processo di smilitarizzazione della Striscia e alla nascita di una «nuova Gaza».
Questa prospettiva spiega la cautela con cui i gruppi terroristici palestinesi stanno reagendo alla crisi regionale. Secondo Haaretz, Hamas e Jihad islamica sono «intrappolati tra Iran e Stati del Golfo». Da una parte Teheran resta il principale sponsor militare; dall’altra molti dirigenti di Hamas risiedono in Qatar, paese che mantiene rapporti complessi sia con il regime degli ayatollah – che ha attaccato l’emirato – sia con le monarchie sunnite della regione. Il risultato è una linea di estrema prudenza. «Il silenzio fa parte della strategia», spiega una fonte palestinese citata dal giornale. «Parlare è un problema e anche tacere è un problema, ma per ora scelgono l’opzione più conveniente».
Lo scenario che più preoccupa Hamas, conclude Haaretz, resta il possibile collasso del regime iraniano o un drastico ridimensionamento del suo ruolo regionale. Se l’Iran fosse costretto a concentrarsi sui propri problemi interni, osserva una fonte palestinese del giornale israeliano, Hamas e la Jihad islamica dovrebbero affrontare «un vero dilemma strategico: come preservare le loro capacità militari senza il loro principale patrocinatore».