IL RICORDO – Norman Podhoretz o dell’attualità di un iconoclasta

Secondo un celebre midrash, Abramo – molto prima di diventare il patriarca del monoteismo – era già un giovane inquieto, incapace di accettare il mondo così com’era. Suo padre, Terach, era un commerciante di idoli: statue di legno e di pietra vendute come divinità, un’attività rispettabile e redditizia. Ma per Abramo quella normalità era una menzogna insopportabile. Un giorno, mentre il padre era assente, prese un bastone e distrusse tutte le statue della bottega. Solo una rimase intatta: la più grande, alla quale Abramo mise in mano il bastone. Quando Terach tornò, esplose d’ira e chiese conto al figlio. Abramo rispose con apparente innocenza: non era stato lui, ma l’idolo più grande, che aveva distrutto gli altri. Terach reagì indignato: era impossibile, disse, quelle non erano che statue; non si muovevano, erano solo oggetti. A quel punto Abramo pronunciò la frase decisiva: «Che le tue orecchie ascoltino ciò che la tua bocca ha appena detto». Se gli idoli erano incapaci di agire, di pensare, di decidere, perché venivano adorati? Perché si attribuiva loro potere? Il gesto di Abramo non era solo distruttivo: era una sfida lanciata contro il potere e la paura.

Nella sua carriera intellettuale, Norman Podhoretz ha distrutto molti idoli. Nato nel 1930 a Brooklyn, in una famiglia ebrea di immigrati dell’Europa orientale, entrò alla Columbia University con una borsa di studio, e lì divenne amico di Allen Ginsberg, e parte della generazione beat. Proseguì poi la sua formazione a Cambridge e, dopo il servizio militare, nel 1955 tornò a New York, dove iniziò a collaborare con The New Yorker e Partisan Review, frequentando i circoli degli intellettuali ebrei di formazione trotskista che allora dominavano il dibattito culturale americano. Era un ambiente sicuro di sé, attraversato dall’idea che la storia avesse una direzione necessaria: verso il socialismo. Era un mondo dominato da idoli: la presunta superiorità morale della sinistra liberal e l’indulgenza verso il totalitarismo comunista.

Nel 1960 Podhoretz assunse la direzione di un periodico di alta divulgazione, Commentary, fondato per portare la cultura ebraica all’attenzione di un pubblico colto. Podhoretz lo trasformò invece in una pubblicazione combattiva, polemica, intellettualmente aggressiva, inizialmente collocata nell’area del radicalismo di sinistra, ma già distinta per la sua insofferenza verso le ortodossie. In quegli anni Commentary ospitò alcune delle voci più importanti del tempo, come Irving Howe e Norman Mailer, diventando un luogo di confronto duro e spesso scomodo. Alla fine degli anni Sessanta, molta parte della sinistra americana si ubriacava di anti- imperialismo fino a scivolare nell’apologia della violenza rivoluzionaria e, non di rado, in antisemitismo mascherato da antisionismo. Commentary cambiò definitivamente. Divenne il luogo in cui veniva denunciata la bancarotta morale di una sinistra incapace di riconoscere il male quando si presentava con il linguaggio della liberazione.
Già nel 1963, con un famoso articolo (My Negro Problem–and Ours), Podhoretz ruppe un tabù che la sinistra ignorava, denunciando le connotazioni antisemite di settori del radicalismo nero – un tema che, ancora oggi, viene rimosso, persino quando le sinagoghe sono assalite al grido di «Black Lives Matter». Attorno a Podhoretz si raccolse così una costellazione di figure che rifiutavano la menzogna rispettabile. Apparvero così anticipazioni del libro di Robert Conquest del 1968, The Great Terror; articoli critici sulla legittimazione dell’Olp firmati da Jeane Kirkpatrick, poi ambasciatrice Usa all’Onu sotto Ronald Reagan; e interventi di Daniel Patrick Moynihan, che già nel 1978 stigmatizzava le ambiguità della sinistra europea verso l’Urss, citando Berlinguer. Da ambasciatore statunitense all’Onu nel 1975, Moynihan condannò con parole di fuoco la risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo.Dando una piattaforma a queste energie, Podhoretz si dimostrava ancora una volta il distruttore di idoli travestiti da virtù. In un’epoca in cui l’autodenigrazione dell’Occidente veniva scambiata per profondità morale, su Commentary si poteva affermare che la democrazia liberale meritava di essere difesa; che Israele non era un’anomalia coloniale; e che la forza militare, contro il totalitarismo, non era una colpa ma una necessità.

I suoi libri
La tempra di Podhoretz e il suo talento iconoclasta si colgono pienamente nei suoi libri autobiografici. Con Making It (1967), Podhoretz denunciò l’ipocrisia di un’élite culturale che predicava ideali egualitari mentre inseguiva successo e prestigio sociale. La sua tesi – scandalosa per l’epoca – era che l’ambizione avesse sostituito il desiderio erotico come “sporco segreto” della borghesia liberal americana. Con Breaking Ranks (1979) raccontò il proprio allontanamento dalla sinistra, definendolo una necessità storica.
Per Podhoretz, chi restava a sinistra diventava complice dell’Urss prima e dei nazionalisti arabi antisemiti poi. Podhoretz non esitò anche qui a distruggere idoli, che si trattasse del narcisismo di Norman Mailer o dell’ambiguità morale di Hannah Arendt. Nel 1999, pubblicando Ex-Friends, Podhoretz poteva rivendicare quelle rotture come segni di coerenza morale: «Se oggi ti odiano», scriveva amaramente, «significa che ieri hai colpito nel segno».
La rivista Commentary trovò una sintonia con settori del Partito Repubblicano, sul terreno della politica estera. Per Podhoretz Israele non era solo una “causa ebraica”: era una democrazia assediata, la prova vivente che il conflitto globale non era tra ricchi e poveri, ma tra libertà e totalitarismo. Podhoretz aveva sperimentato in prima persona i toni antisemiti della critica da sinistra verso Israele e poteva argomentare come fossero il sintomo di un male più grave: l’odio per l’Occidente. In questo modo Commentary rese Israele intelligibile ai conservatori americani che fino ad allora avevano guardato allo Stato dei kibbutz con sospetto.
L’arrivo di Reagan, assiduo lettore di Commentary, alla Casa Bianca segnò il primo grande successo. Podhoretz apprezzava il presidente che chiamava l’Urss «l’impero del male», e l’appeasement un errore morale prima ancora che politico. Eppure, Podhoretz l’iconoclasta non smise mai di criticare l’Amministrazione Reagan quando la riteneva troppo prudente – soprattutto su Israele e sul confronto con Mosca.
Dopo l’11 settembre la visione di Podhoretz e dei neocon divenne senso comune nella politica americana. Ciò che Israele affrontava da decenni, il confronto con l’islamismo, ora l’America lo viveva in prima persona. Difendere Israele significava difendere l’America: questa diventava adesso la linea dei Repubblicani.
Era un cambiamento storico di cultura politica. Fino agli anni Settanta, l’establishment repubblicano wasp guardava agli ebrei con indifferenza, quando non con fastidio. Ed esisteva l’antisemitismo strisciante dei country club, delle università chiuse, dei consigli di amministrazione dove “certi cognomi” non entravano. Israele, a sua volta, era percepito come un problema da gestire con prudenza, non come un alleato strategico. Il circolo ex liberal radunatosi attorno a Podhoretz rese il Partito Repubblicano più accogliente per Israele di quanto non lo fosse mai stato il Partito Democratico. Senza Podhoretz e i neocon, il legame tra Repubblicani e Israele non avrebbe mai assunto la forma che conosciamo oggi.

Contrario a Oslo
Negli stessi anni la sinistra italiana si innamorava di Bill Clinton e degli Accordi di Oslo, che Podhoretz giudicava moralmente disastrosi. Per la sinistra italiana, giunta al governo negli anni della guerra dei Balcani, Clinton era la prova che si potesse essere progressisti, globalisti, “umanitari” e allo stesso tempo evitare di discutere di antisemitismo, terrorismo e responsabilità politica palestinese.
Ma già negli anni Novanta un lungimirante Podhoretz scriveva che «la vera questione non è il territorio o gli insediamenti, ma il rifiuto di accettare la legittimità di uno Stato ebraico». Questa frase colpiva al cuore l’illusione europea: l’idea che bastassero “processo”, “dialogo” e “buona volontà” per sciogliere un conflitto dalla radice ideologica e identitaria. Qui emerse la frattura con gli intellettuali ebrei (e non ne mancavano in Italia) a favore degli Accordi di Oslo perché funzionali a evitare qualunque discussione sull’antisemitismo arabo e islamista, di chiudere gli occhi davanti all’odio antiebraico quando arrivava dalla “parte giusta”.
Podhoretz, su questo, era esplicito: «A Israele veniva chiesto di correre rischi esistenziali in cambio di promesse fatte da chi non ne aveva mai mantenuta una». Il fatto che oggi i Repubblicani siano i principali alleati di Israele, mentre gran parte della sinistra europea ne mette in discussione la legittimità morale, non è un incidente: è il risultato di una battaglia culturale che in America fu combattuta – e in Europa no. Norman Podhoretz rimase fino alla fine un polemista convinto che la politica fosse prima di tutto morale. Questo lo portò a una posizione controversa, il suo “anti–anti Trumpismo”. Dopo il 2010 Podhoretz individuò due minacce principali: la sinistra liberal, che a suo giudizio stava diventando culturalmente egemone e ostile all’idea stessa di America; e una destra repubblicana sempre più tentata dall’isolazionismo.
Nel 2016 Podhoretz si schierò per Trump non per ammirazione, ma per paura di Hillary Clinton. Non divenne un trumpiano entusiasta ma detestava l’establishment liberal, disprezzava l’ipocrisia “educata” e considerava la demonizzazione di Trump una forma di cecità. Norman Podhoretz, e la rivista Commentary, ora diretta dal figlio John, hanno individuato l’operazione costruita attorno a Donald Trump: trasformarlo nel Male Assoluto per non dover nominare il proprio fallimento, per non parlare di Israele, di antisemitismo, di terrorismo islamista e dell’incapacità della sinistra di distinguere tra democrazie imperfette e movimenti che volevano distruggerle. È un meccanismo di purificazione morale che Podhoretz avrebbe definito una truffa intellettuale.
Il 16 dicembre 2025, il figlio ne ha annunciato la scomparsa raccontando che il padre aveva lasciato sulla scrivania una nuova traduzione dell’Odissea: fino all’ultimo Podhoretz si era sentito soprattutto un uomo di lettere. Quale eredità ci lascia? Al di là delle polemiche resta soprattutto una lezione: l’integrità non come posa morale, ma come fedeltà a principi che non cambiano con le mode o i rapporti di forza. Podhoretz cambiò campo politico, ma non smise mai di porsi la stessa domanda: da che parte sta la responsabilità morale?

Podhoretz ebreo
La sua fu una vita ebraica proprio in questo senso: non identitaria, non tribale, ma tragica e storica. Essere ebreo, per Podhoretz, significava sapere che la storia non garantisce nulla, che le alleanze non sono eterne, che chi ieri era compagno di strada può diventare ostile. E che non vedere questo passaggio è più pericoloso che affrontarlo. Podhoretz ebbe il coraggio di riconoscere che una parte della sinistra intellettuale americana stava scivolando verso una delegittimazione sistematica di Israele e, con essa, verso una nuova forma di antisemitismo mascherato da critica politica. Non aspettò che diventasse esplicito, non pretese slogan urlati: gli bastò cogliere il mutamento del linguaggio morale. Qui il confronto con l’Italia è inevitabile. Anche fra gli intellettuali ebrei italiani c’è chi continua a ignorare l’antisemitismo di sinistra: riconoscerlo significherebbe rompere un’appartenenza culturale, ammettere che il campo “giusto” non lo è più senza riserve. È una cecità che Podhoretz avrebbe giudicato non ingenua, ma colpevole: la rinuncia preventiva al giudizio in nome della rispettabilità.
Accanto al polemista e al combattente morale, c’era un altro Podhoretz: l’uomo di lettere e l’organizzatore di cultura. Prima ancora che un ideologo, Podhoretz fu un prodotto della grande tradizione umanistica occidentale: lettura profonda, confronto tra idee, centralità della letteratura, della critica, della storia. Commentary non fu (e non è) soltanto una rivista politica, ma uno spazio in cui filosofia, romanzo, saggio, memoria non sono solo un ornamento.
Questa fiducia nella cultura umanistica non è neutrale. Podhoretz la considerava parte integrante di ciò che rende l’Occidente moralmente difendibile: la libertà di parola, la cittadinanza come appartenenza politica e non etnica, il dissenso come valore e non come minaccia.
Era esattamente questo complesso di valori che Podhoretz vedeva disprezzato prima dal comunismo sovietico, con il suo riduzionismo ideologico e la repressione dell’individuo, e poi, in modo ancora più radicale, dall’islamismo politico, che nega alla radice l’idea stessa di libertà di coscienza. Per Podhoretz, difendere l’Occidente non significava difendere un blocco di potere, ma difendere un’architettura culturale che, con tutti i suoi difetti, aveva garantito a individui diversissimi — minoranze, ebrei, dissidenti, stranieri — diritti di parola e di cittadinanza impensabili altrove. E ha saputo combattere questa battaglia nel cuore del mondo americano, proprio mentre quei valori venivano sottoposti a un attacco frontale nelle università, nei dipartimenti umanistici, i luoghi deputati a custodirli.

La sfida per l’Italia
Paradossalmente, in Italia questa battaglia sarebbe più facile. La nostra università conserva ancora una solida impostazione storicista, una familiarità con la tradizione, con i testi, con la stratificazione del pensiero. Non siamo (ancora) nel deserto ideologico di molti campus americani. Non manca il terreno; mancano, purtroppo, il coraggio e la disponibilità a esporsi, a pagare un prezzo simbolico, a dire che non tutto ciò che si presenta come “critico” è emancipatorio e che non ogni attacco all’Occidente è intelligente o morale. Il risultato non è una cultura più aperta, ma una cultura più timida; non più pluralismo, ma più silenzio. Una vita come quella di Podhoretz ricorda che l’integrità intellettuale non consiste nel restare sempre nello stesso posto, ma nel restare fedeli a ciò che rende possibile il pensiero libero, anche quando diventa scomodo. E che senza qualcuno disposto a difendere apertamente quei valori, la cultura non viene sconfitta: semplicemente si spegne. E allora — permettete — se volete capire come si difende una tradizione senza trasformarla in museo, come si combatte una battaglia culturale senza fingere di non vedere il nemico, e come si resta uomini di lettere anche nel mezzo della politica… abbonatevi a Commentary. E, come dice John Podhoretz, «keep the candle burning ».

Andrea Zanardo, storico