MILANO – Una vita tornata dagli archivi
Fori di proiettile nei divani, l’abitazione trasformata in rifugio di sfollati e il punto interrogativo su dove siano scomparsi quasi tutti i beni. Della casa di via San Michele del Carso 26, a Milano, Guido Hassan, 89 anni, ricorda poco. «Era un bellissimo appartamento, oltre duecento metri quadri, che mio padre Gino aveva preso in affitto nel 1942, dopo il nostro trasferimento in Italia da Tripoli», racconta Hassan. Poi arrivano la guerra, le leggi razziali, la fuga. Quando la famiglia rientra a Milano dopo la Liberazione e torna in quell’appartamento, dove resterà ancora per qualche anno prima di trasferirsi di nuovo, la casa è irriconoscibile. «C’erano solo alcune poltrone di pelle, bucate dai colpi di arma da fuoco. Le ricordo perché infilavo il dito in quei buchi: chissà chi li aveva fatti. Tutto il resto era sparito». I locali erano stati occupati dagli sfollati, l’ingresso negato per mesi, gli arredi dispersi. Dove fossero finiti i mobili, chi li avesse presi, attraverso quali passaggi: per decenni quelle domande restano senza risposta.
Fino allo scorso gennaio, quando Hassan contatta Pagine Ebraiche dopo la lettura di un articolo su una mostra dedicata ai beni confiscati agli ebrei, allestita al Memoriale della Shoah.
«Alcuni anni fa ho scoperto dell’esistenza di un faldone dell’Egeli intestato a mio padre, ma non sono mai riuscito ad accedervi», spiega l’89enne. Pochi giorni dopo, il faldone è davanti a lui. All’Archivio storico Intesa Sanpaolo, dove è custodito il Fondo Egeli, l’archivista Carla Ciogli e la responsabile dell’archivio Barbara Costa aprono i fascicoli relativi al sequestro dei beni di Gino Hassan. Sul tavolo scorrono verbali, inventari, timbri: una documentazione frammentata, segnata da passaggi burocratici e attribuzioni provvisorie, che non restituisce una storia lineare ma consente di ricostruire alcuni snodi rimasti finora oscuri. Nelle carte non compare l’abitazione di via San Michele del Carso, ma un elenco di arredi rintracciati a Gallarate, sequestrati dai nazisti e passati attraverso una ditta di spedizioni. Quei beni, nel 1944, vengono restituiti a un cittadino italiano che ne rivendica la proprietà: Vito Stassi, titolare della ditta “Al Minareto”.
«È così che funzionava spesso», spiega Ciogli. «I beni sequestrati, descritti in modo sommario, venivano concentrati in magazzini, assegnati temporaneamente a comandi tedeschi o a funzionari. Al momento delle restituzioni, tornavano a chi riusciva a dimostrare un titolo, non necessariamente ai proprietari originari». Un sistema che rende oggi difficile ricostruire con precisione il destino di molti beni.
Durante la consultazione emerge un dettaglio: nei documenti, Stassi risulta domiciliato a Milano, in piazza Diaz 6. Hassan si ferma, sorpreso. «Ma certo! Piazza Diaz 6 era l’ufficio di mio padre. Un ufficio grande, praticamente vuoto. Voleva avviare un’attività nel 1941, ma poi tutto è crollato». Sul possibile legame, tra Stassi, la ditta “Al Minareto” e l’ambito professionale di Gino Hassan, resta ancora da indagare. «Non si può escludere che si trattasse di una vendita di salvaguardia: ci sono diversi casi di cessioni solo formali, pensate per sottrarre i beni al sequestro e metterli al riparo. Ma dai documenti questo non emerge mai in modo esplicito. Se anche fosse stato così, non avrebbe potuto essere dichiarato».
Accanto alle carte, Hassan tira fuori alcune fotografie. In una è ritratto bambino, prima della guerra, accanto a una piccola statuina: l’unico oggetto della casa di via San Michele del Carso rimasto in suo possesso. In un’altra compare la madre, Linda Nemni, in piedi davanti al Lago Maggiore. Sembra una semplice immagine di villeggiatura. «È stata scattata pochi giorni prima dell’eccidio dell’Hotel Meina», dove decine di ebrei furono arrestati, uccisi e gettati nel lago. Anche la famiglia Hassan avrebbe dovuto trovarsi lì: si salvò per caso, perdendo un treno.
Ottant’anni dopo, seduto di fronte a quelle carte, Hassan si commuove nel raccontare la fuga in Svizzera e aggiunge un tassello a una ricostruzione iniziata da ragazzo e mai interrotta. «Ho passato la vita a mettere insieme i pezzi. Ma ci sono capitoli che restano difficili da decifrare, anche per il silenzio di mia madre».
La sua storia è un intreccio continuo di svolte improvvise e colpi di scena. Dall’intervento del gerarca fascista Italo Balbo, intervenuto a Tripoli per tentare di fermare il matrimonio dei suoi genitori, allo scampato eccidio di Meina; dalla fuga notturna in Svizzera nel gennaio 1944 al difficile ritorno in Italia, con episodi di discriminazione vissuti anche nel dopoguerra, «dimostrazione che l’odio contro gli ebrei non è mai scomparso».
Hassan è un fiume di racconti e di energia: «Guido ancora la mia Harley Davidson», sottolinea. La sua «è una vita da romanzo», come ha scritto la senatrice Liliana Segre. Una vita non a caso ricostruita in un libro, Auschwitz non vi avrà (Edizioni San Paolo), scritta con il giornalista Giuseppe Altamore. La biografia di una famiglia ebraica scampata alla persecuzione nazifascista e, più tardi, a quella della Libia di Gheddafi. In entrambi i casi, però, i regimi si sono presi tutto. «Ci siamo rialzati più volte: per quanto ho lavorato nella mia vita dovrei essere milionario. Non lo sono, ma ho una cosa più importante: la salute», afferma con un sorriso, parlando con Costa e Ciogli.
«Queste carte non chiudono la storia», osserva Costa, salutando Hassan. «La chiariscono in parte, ma soprattutto mostrano quanto sia ancora necessario lavorare sugli archivi, incrociare i fondi, seguire le tracce anche quando sono incomplete». «Dà significato al nostro lavoro», aggiunge Cioglia. Per Hassan, uscire dall’Archivio non significa trovare una risposta definitiva. «Non ho mai cercato di recuperare qualcosa», conclude. «Ho sempre cercato di capire».
d.r.