ROMA – 9 ottobre 1982, chiuse le indagini sull’attentato al Tempio Maggiore
A distanza di 44 anni dall’attentato di un commando di terroristi palestinesi al Tempio Maggiore di Roma, Sandro Di Castro – allora giovane cantore della sinagoga e tra i testimoni diretti dell’attacco – accoglie con favore la chiusura delle indagini annunciata dalla procura della Repubblica. «Ci hanno messo 44 anni, ma è un fatto positivo», osserva. «Finalmente si arriva a una conclusione logica».
Di Castro tiene anche a sottolineare il ruolo avuto negli ultimi anni dalla Comunità ebraica di Roma: «Ringrazio la Procura e la dirigenza della Comunità del 2022, che ha insistito molto, soprattutto in occasione del convegno per i 40 anni, per la riapertura delle indagini».
I magistrati di Roma hanno notificato l’avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone, ritenute corresponsabili dell’attentato del 9 ottobre 1982, in cui fu ucciso il piccolo Stefano Gaj Taché, di due anni, e furono ferite oltre quaranta persone.
Secondo gli inquirenti, l’attacco si inseriva nella strategia dell’organizzazione guidata da Abu Nidal, terrorista palestinese attivo negli anni ’70 e ’80 e responsabile di numerosi attentati contro obiettivi ebraici e occidentali. Le indagini sull’attentato al Tempio Maggiore, spiega la procura, hanno evidenziato collegamenti con altri atti terroristici avvenuti nello stesso periodo, in particolare con quello del 1982 in Rue des Rosiers a Parigi, suggerendo un disegno operativo comune e coordinato.
Per Di Castro, quanto emerge oggi conferma ciò che era evidente fin dall’inizio: «Era impensabile che un’operazione del genere fosse opera di una sola persona. Tra preparazione, esecuzione e vie di fuga, parliamo di decine di persone coinvolte». Il tempo trascorso pesa, aggiunge: «Queste persone hanno vissuto 44 anni in tranquillità. Questo non ci restituisce Stefano e non cancella le ferite che portiamo ancora. Però, dal punto di vista della giustizia, è comunque un risultato».
Alla notizia della chiusura delle indagini, la Comunità ebraica di Roma ha espresso «amarezza» per il lungo tempo trascorso. L’attentato del 9 ottobre 1982, si sottolinea nella nota, fu «un atto antisemita che colpiva innocenti in preghiera, con il pretesto di una guerra che era in corso altrove».
Il passo compiuto dalla magistratura, prosegue la Comunità ebraica, rappresenta «un passaggio importante nel percorso di accertamento della verità», ringraziando inquirenti e istituzioni per il lavoro svolto anche a livello internazionale. «Resta forte lo sconcerto per il tempo trascorso e per il muro di omertà, reticenze e ostacoli che ha rallentato per decenni la piena emersione della verità», dichiara il presidente della Comunità ebraica di Roma Victor Fadlun, ribadendo la richiesta che tutti i responsabili siano portati davanti alla giustizia: «È un diritto delle vittime e delle loro famiglie, ma è anche un dovere dello Stato». E ricorda come quella del 9 ottobre non sia «una pagina chiusa», ma «una ferita che riguarda l’intero Paese», richiamando le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella su Stefano Gaj Taché, «un nostro bambino, un bambino italiano».
Di Castro, ferito nell’attentato, racconta di aver imparato a convivere con quella memoria, che però non smette di riaffiorare. «Quando lo racconto ai giovani, soprattutto nei luoghi dove è successo, l’emozione torna sempre. Io non ho incubi, ma rivivere quei momenti resta qualcosa di molto forte».
Ci sono poi situazioni in cui quella ferita si riapre: «Durante le commemorazioni, o quando sentiamo notizie di nuovi attentati contro sinagoghe o scuole, in Israele o in altri Paesi. In quei casi, inevitabilmente, si torna con la mente a quel giorno».
Quella del 9 ottobre resta, per lui, una storia con cui convivere: «Fa parte della storia del popolo ebraico, che è segnata anche da date dolorose e da momenti difficili. Ma c’è anche un elemento positivo: la capacità di mantenere una forte identità e di andare avanti nonostante tutto. È questa forza che ci permette di superare anche tragedie come quella».
Daniel Reichel