SIONISMO – Claudio Vercelli: «Una storia di continuità e fratture»

Il sionismo è un fenomeno complesso, composito, difficilmente riducibile a una definizione univoca. «Non è un’ideologia compatta», spiega lo storico Claudio Vercelli, «ma un insieme di famiglie politiche diverse, che tuttavia condividono alcuni elementi di fondo». Più che un sistema dottrinario, va inteso come un percorso: un processo storico e politico che si sviluppa dentro la modernità europea e ne riflette tensioni, linguaggi e contraddizioni.
È da questa prospettiva che va affrontato il tema del sionismo politico, al centro dell’incontro di questa sera – martedì 17 marzo alle 18.30 – con lo stesso Vercelli, terzo appuntamento del ciclo online promosso dall’Ucei e dedicato a “Sionismo: idee, correnti e declinazioni di un progetto politico, identitario e spirituale”.

La costruzione dell’ebreo nuovo
Al cuore del sionismo politico non c’è soltanto l’idea di uno Stato ebraico o la risposta all’antisemitismo. «C’è anche un progetto di rigenerazione: la costruzione di un “ebreo nuovo”, capace di sottrarsi alla condizione diasporica e di riacquisire una piena soggettività politica», osserva Vercelli. In questo senso il sionismo si colloca nel solco delle grandi culture politiche tra Otto e Novecento: nazionalismo, liberalismo, socialismo. «Non è un fenomeno isolato, ma parte di un più ampio movimento di politicizzazione delle identità collettive».
Questa tensione verso la rigenerazione segna anche una discontinuità rispetto alla storia ebraica precedente. «Il sionismo non è soltanto continuità», sottolinea lo storico, «ma anche frattura». Il rigetto della diaspora come condizione permanente rappresenta «uno dei suoi tratti più distintivi», condiviso, pur con accenti diversi, da correnti ideologiche differenti.

Una risposta alla modernità
Allo stesso tempo, il sionismo non può essere letto esclusivamente come una risposta all’antisemitismo. «È una risposta ai tempi della modernità», precisa Vercelli: alla trasformazione delle società europee, alla secolarizzazione, ai processi di assimilazione che, soprattutto nell’Europa centro-occidentale, ridefinivano il rapporto tra ebrei e spazio pubblico. L’idea di fondo è che l’ebraismo possa sopravvivere solo confrontandosi con la modernità e facendone propri alcuni elementi.
Un altro nodo decisivo riguarda la sua geografia. Se molti dei suoi principali esponenti provengono dall’Europa centro-occidentale, «il corpo demografico e sociale del sionismo arriva invece dall’Europa orientale», attraverso i grandi movimenti migratori tra Ottocento e Novecento. È in questo intreccio che si definisce, nel lungo periodo, la fisionomia del progetto sionista. In poco più di un secolo, ricorda Vercelli, il panorama ebraico cambia radicalmente: «da una presenza ancora marginale nella Palestina ottomana si passa a una realtà contemporanea in cui i due principali baricentri sono lo Stato d’Israele e gli Stati Uniti».

Il tempo del sionismo
Resta poi aperta una domanda: il sionismo è un’esperienza conclusa? «Ogni corrente politico-culturale ha un suo tempo», osserva Vercelli. Da un punto di vista storico, il suo obiettivo si compie con la nascita dello Stato di Israele e il recupero di una sovranità ebraica. «Quello è l’obiettivo terminale di un primo passaggio».
Da lì in avanti si apre un altro capitolo che Vercelli definisce come una sorta di «post-sionismo»: una fase di trasformazioni e transizioni nel regime politico e sociale israeliano che non nega le radici, ma le rielabora dentro una realtà statuale ormai consolidata.

L’ostilità del presente
Dentro questo quadro si colloca il problema del linguaggio e delle categorie con cui oggi si discute di sionismo. Il termine viene spesso usato in modo retroattivo e ideologico, svuotato di ogni storicità. «Viene trattato come un’ideologia non solo coloniale, ma di fatto fascista, volta a reprimere o sopprimere l’altro da sé». È quella che Vercelli definisce, citando Hannah Arendt, la “logica di un’idea”: un giudizio cristallizzato che si conforta da solo e che prescinde totalmente dai fatti, dalle scelte dei governi israeliani o dalla cronaca del conflitto.
È in questo vuoto di razionalità che si inserisce la denuncia più amara dello storico su un clima culturale ormai deteriorato: «Ciò che registro è che una fogna che stava sotto terra, a questo punto si è liberata e butta fuori i suoi miasmi in maniera ormai auto-legittimata». Un fenomeno preoccupante che segnala uno scollamento sociale profondo: «Quando segnali l’incremento dell’antisemitismo, un problema che riguarda la tenuta democratica dei non ebrei prima ancora che degli ebrei, ti rispondono che vuoi fare la parte del “piagnone” e che questo vittimismo è proprio una componente del modo di essere truffaldino degli ebrei. Tutto ritorna in questo modo circolare e inquietante».
Le conseguenze si vedono nella qualità del confronto pubblico, dove il metodo storico viene azzerato. Vercelli riferisce di una «cristallizzazione maniacale e ossessiva» delle opinioni, anche in ambienti che dovrebbero essere attrezzati sul piano critico, come il mondo della scuola o del giornalismo. «Ti trovi di fronte a docenti che, dopo aver ascoltato due ore di spiegazione sulla costruzione storica delle identità, liquidano tutto dicendo: “Poche frottole, Gesù era palestinese e i palestinesi esistono da sempre”». In questi casi, conclude lo storico, la risposta razionale non trova più spazio: «C’è proprio un clima di ostilità forte, che senti trasudare e che diventa quasi un atteggiamento fisico di repulsione verso il relatore. Lo sapevamo già, ma oggi lo riscontriamo de visu».

(Nell’immagine, David Ben-Gurion pronuncia la Dichiarazione dello Stato di Israele il 14 maggio 1948 a Tel Aviv, sotto un grande ritratto di Theodor Herzl)