LA POLEMICA – Emanuele Calò: Lawfare, chi era costui?
Ho incrociato CAI nell’ascensore di un palazzo privo di scale e, quando mi ha chiesto di esprimere un desiderio, gli/le ho chiesto: cos’è lawfare? Col garbo che gli/le è proprio, mi ha risposto:
«La “guerra legale” si riferisce all’uso di meccanismi, istituzioni e procedimenti legali come arma o strumento per raggiungere obiettivi strategici, politici o militari, anziché per perseguire una vera giustizia. Il termine fonde “legge” e “guerra” e può essere applicato in diversi contesti: In ambito geopolitico e militare, descrive come Stati o attori non statali sfruttino il diritto internazionale, i quadri normativi in materia di diritti umani o i sistemi giuridici nazionali per limitare, mettere in imbarazzo o delegittimare gli avversari. Ad esempio, una parte più debole potrebbe utilizzare i tribunali internazionali per imbrigliare una potenza militare più forte. Il termine ha una connotazione alquanto peggiorativa, implicando l’abuso dei processi legali. Tuttavia, è importante notare che l’etichetta è spesso contestata: una parte può definire qualcosa “guerra legale” mentre l’altra insiste di star semplicemente applicando la legge in modo legittimo. Il concetto ha acquisito sempre maggiore rilevanza nelle discussioni sui conflitti moderni, dove i campi di battaglia legali e informativi sono importanti quanto quelli fisici».
Per darmi un tono, ho chiesto: «Sarebbe a dire, una guerra ibrida?». CAI ha annuito, con un leggerissimo cenno del capo. Ho ricordato ciò che scrive Ugo Volli: «Il silenzio insomma non può che essere imperfetto, anche se lo consideriamo nel senso più largo possibile. Condizione ed effetto principale fra gli uomini di questa imperfezione è l’inizio del linguaggio, il suo stato originario o creativo, che è il vero problema della filosofia del linguaggio, perché è il momento cruciale in cui col linguaggio l’uomo afferra (o crea o costruisce o tematizza) un lato del mondo mai prima detto…». (Apologia del silenzio imperfetto, Feltrinelli, 1991, p. 19). Per non essere da meno, ho risposto con una domanda, un atteggiamento che CAI ritiene assai ebraico, a giudicare dal sorrisetto che mi è parso di scorgere nel suo viso virtuale. Mi sono limitato a snocciolare delle parole in libertà, corredandole da un punto interrogativo: «Genocidio, apartheid, diritto internazionale?». Mi sono girato per un attimo e, quando ho ripreso la mia posizione, CAI non c’era più. Ho ritenuto il suo nome: Claude Artificial Intelligence. Un po’ lunghetto: meglio l’acronimo.
Emanuele Calò