LA PETIZIONE – Una piazza per Giorgio Ascarelli, nel centenario del Napoli
Ad agosto la squadra di calcio del Napoli festeggerà i 100 anni dalla sua fondazione, per mano dell’imprenditore e filantropo ebreo Giorgio Ascarelli.
Il giornalista napoletano Nico Pirozzi, autore tra gli altri dei libri Ascarelli. Una storia italiana e Giorgio Ascarelli. Il visionario che inventò il Napoli, ritiene che l’anniversario sia l’occasione giusta per rilanciare un’istanza di cui è da tempo il promotore: la reintitolazione ad Ascarelli del piazzale dello stadio cittadino.
«Ricordare il mecenate Ascarelli nel piazzale della città dove sorge il tempio del calcio napoletano non è solo un atto di riconoscenza nei confronti di uno dei padri nobili dello sport partenopeo, ma anche un atto di giustizia nei riguardi della storia e della memoria di una città che ha conosciuto le infamie delle leggi razziali e la tragedia dell’occupazione nazista», sostiene Pirozzi nella petizione “Una piazza in onore di Giorgio Ascarelli, il fondatore del Calcio Napoli” lanciata nelle scorse ore sul sito www.change.org. A maggior ragione perché il piazzale porta il nome di un esponente di spicco del fascismo locale, l’avvocato Vincenzo Tecchio, attivo sotto il regime e tra i fondatori nel Dopoguerra del Movimento Sociale Italiano. «Un personaggio a dir poco ingombrante, dal passato con molte più ombre che luci», chiosa Pirozzi.
Nato a Napoli nel 1894, morto nel 1930 a causa di una peritonite, Ascarelli fu uno dei più importanti imprenditori del tessile a livello nazionale ed europeo. Nel 1926 fondò il Napoli e donò poi alla città un nuovo stadio, realizzato a proprie spese e inaugurato poche settimane prima della sua morte. Ascarelli è sepolto nel cimitero ebraico di Poggioreale. Al suo funerale, come raccontano foto e cronache dell’epoca, parteciparono migliaia di persone. La Gazzetta dello Sport, nel rendergli omaggio, scrisse che la sua figura «è così gigantesca, è così varia e notevole per i diversi aspetti ch’essa richiama alla memoria, che la penna si sente ora troppo impari al suo compito immenso e, pare, non sappia far altro che lasciar stridere sulla carta il dolore che è dentro e stillar lacrime invece d’inchiostro».