ISRAELE – Rav Ascoli: «Guerra influenza ogni aspetto della vita, serve una exit strategy»
Nel nord di Israele, la notte è attraversata da minacce diverse che si sovrappongono. Da una parte i missili balistici iraniani, dall’altra i razzi e i droni di Hezbollah dal Libano: due fronti distinti che colpiscono le stesse aree, riducendo i tempi di reazione e aumentando la pressione sulla popolazione civile. Nelle notte, mentre Kiryat Shmona è stata colpita dagli attacchi di Hezbollah con diversi feriti, su Haifa sono caduti i frammenti di un missile iraniano intercettato.
Uno di questi è precipitato nell’area della raffineria Bazan, provocando danni e blackout nei sobborghi di Haifa, senza causare vittime. Non è stato un impatto diretto, ma ha comunque causato danni a uno dei nodi industriali più sensibili del paese.
«È difficile avere un quadro preciso di tutto ciò che viene colpito», racconta da Haifa Michael Ascoli, rabbino e ingegnere, parte degli Italkim, la comunità italiana d’Israele. «Ma i danni ci sono. Gli iraniani hanno le informazioni sulle aree sensibili del paese: lo hanno dimostrato già nella guerra dei Dodici giorni dello scorso giugno. Sanno dove colpire».
Eppure, nel bilancio complessivo, la difesa antimissile regge. «Il fatto che il sistema di intercettazione funzioni fa sì che i danni siano sostanzialmente limitati, soprattutto per quanto riguarda le persone». Una constatazione difficile, aggiunge Ascoli, alla luce delle 14 vittime causate fino ad oggi dagli attacchi iraniani. «Ogni vita è importante. Però, se guardiamo con uno sguardo globale, il numero complessivo di vittime è basso per una guerra. Suona bruttissimo dirlo, ma è così».
L’impatto del conflitto si misura anche nella quotidianità. «Le scuole sono chiuse, le università ferme, molti lavori sospesi. Si fa un po’ quello che si può». Ogni giornata è una gestione continua del rischio. «C’è un’influenza evidente della guerra sulla quotidianità. Poi ognuno si regola un po’ come vuole: quanti rischi prendere, come comportarsi rispetto agli allarmi, quanto allontanarsi da casa, quanto stare in giro».
Le regole formali sono solo una parte del quadro. «Non ci si può radunare in più di 50 persone», ricorda. «Anche il Bet Knesset, la sinagoga, non può superare questo numero di presenze, ed è possibile andarci solo se c’è un rifugio raggiungibile in meno di un minuto». Il resto è affidato alle scelte individuali. «Ci sono restrizioni, e poi c’è il modo in cui ciascuno decide di comportarsi».
Eppure, la capacità di adattamento resta. «Come in passato, la popolazione si è organizzata ed è in grado di resistere».
Chiarezza sugli obiettivi del conflitto
Per Ascoli, se sul piano militare la risposta appare strutturata, su quello politico il quadro è molto più incerto. «Il problema principale è che manca una visione su come chiudere la questione». Le domande restano aperte. «Non c’è chiarezza sugli obiettivi e, di conseguenza, neanche sull’aspetto diplomatico: a cosa si vuole arrivare? A un accordo con questo regime iraniano o a eliminarlo completamente?».
L’assenza di una direzione si riflette sulla fiducia interna. «Se non è chiaro cosa si vuole fare – o comunque non viene detto al pubblico – è evidente che la fiducia della popolazione diminuisce».
Anche sul fronte nord le scelte sono controverse. «Per quanto riguarda il Libano è ancora peggio». Da un lato «c’è un’opportunità di eliminare Hezbollah», dall’altro restano interrogativi sulle alternative. «Forse c’era anche la possibilità di seguire l’iniziativa diplomatica della Francia». E aggiunge: «Chi l’ha detto che mandare una quantità enorme di truppe di terra sia meglio che provare quella strada? Ci sono state dichiarazioni del governo libanese che sono inedite rispetto al passato, compresa una possibile disponibilità a un negoziato con Israele». Segnali che, a suo avviso, «non andrebbero buttati via con tanta facilità».
Alla domanda sul ruolo dei rabbini nel dibattito sul conflitto, Ascoli osserva che «sull’Iran penso ci sia un consenso generalizzato» e di non aver visto interventi particolarmente rilevanti. Più articolate, aggiunge il rav, sono invece le posizioni su quanto accade in Cisgiordania, dove sono aumentate le violenze di estremisti israeliani. «C’è una polemica forte tra i rabbini: tra chi esprime dissenso – almeno rispetto agli atti più violenti nei confronti dei palestinesi – e chi invece giustifica sempre e comunque. Le voci critiche, in ogni caso, restano poche. E soprattuto, rispetto alla quantità di rabbini che potrebbero esprimersi sull’argomento, c’è molto silenzio».
d.r.
(Nell’immagine, il porto di Haifa colpito nella notte di giovedì da un frammento di missile)