SOCIETÀ – Quella sinistra europea che sbanda su Israele
Nel 1725 il filosofo Giambattista Vico espose nella Scienza Nuova la sua teoria dei corsi e ricorsi storici. Lo sdoganamento dell’antisionismo militante da parte di pezzi non marginali della sinistra europea sembra confermare la bontà della sua tesi. Niente di nuovo sotto il sole. Nel 1975 a Gerusalemme non governava l’esecutivo più a destra nella storia d’Israele ma il laburista Yitzhak Rabin, eppure in tanti a sinistra si entusiasmarono per la decisione dell’assemblea generale dell’Onu, presa su spinta dell’Unione Sovietica e dei paesi arabi, di qualificare il sionismo come «una forma di razzismo e discriminazione razziale».
Il sito Jewish News racconta che al prossimo congresso dei Verdi in Inghilterra c’è chi sta lavorando per portare all’ordine del giorno una mozione che punta «a far assumere al partito una posizione esplicitamente antisionista, esponendo i membri che si rifiutano di sostenerla all’accusa di razzismo». Una fonte anonima dei Verdi, interpellata dal sito, spiega che la questione preoccupa la leadership perché «se è vero che i Verdi si sono affermati come un partito molto più critico nei confronti di Israele e favorevole ai palestinesi rispetto agli altri partiti tradizionali, assumere una posizione apertamente antisionista sarebbe un passo completamente diverso» e «rischierebbe di danneggiarci nello stesso modo in cui la controversia sull’antisemitismo ha danneggiato il partito laburista di Corbyn».
Il tema infamma anche Die Linke, il partito della sinistra socialista tedesca. «Un esponente di spicco ha lasciato il partito questa settimana dopo che una sezione della Bassa Sassonia ha votato per condannare il sionismo come una forma di apartheid e come responsabile di genocidio», riporta la Frankfurter Allgemeine Zeitung (Faz). Il politico in questione, Andreas Büttner, ha svelato di aver subito intimidazioni e un incendio doloso. Nel frattempo lo storico leader di Linke, l’ebreo Gregor Gysi, «è finito sotto accusa» per aver affermato che l’afflusso di iscritti con un background migratorio rappresentava «un pericolo» per il sostegno alla soluzione dei due stati, due popoli. Circa 200 membri del partito, informa Faz, hanno firmato una lettera in cui hanno chiesto a Gysi di scusarsi per aver «riprodotto narrazioni razziste».