ISRAELE – I rabbini degli insediamenti condannano le violenze contro i palestinesi

Politici, diplomatici, accademici, ma anche rabbini degli insediamenti. La violenza di queste settimane da parte di gruppi di estremisti israeliani – noti come i “giovani delle colline” – contro i palestinesi in Cisgiordania sta ricevendo sempre più condanne. Già il capo di stato maggiore Eyal Zamir aveva definito «moralmente ed eticamente inaccettabili» le aggressioni dirette a villaggi palestinesi, con attacchi, incendi e ritorsioni.
Mentre il conflitto con l’Iran e Hezbollah continua a segnare la vita quotidiana d’Israele, nelle ultime settimane abitanti di villaggi palestinesi sono stati aggrediti e picchiati, auto e abitazioni incendiate o danneggiate, strade bloccate per impedire il passaggio e veicoli presi a pietrate. Almeno dieci palestinesi sono rimasti feriti negli episodi più recenti. Gli attacchi si inseriscono in una dinamica ormai ricorrente: incursioni serali, gruppi che arrivano da avamposti o insediamenti, azioni rapide e spesso coordinate.
Alle condanne del capo delle forze armate si sono aggiunte voci della società civile, tra cui diversi rabbini del mondo degli insediamenti israeliani – lo stesso ambiente da cui provengono parte dei violenti – che hanno preso posizione parlando a nome del campo religioso nazionalista. Il rabbino Elyakim Levanon (nell’immagine), figura di riferimento degli israeliani in Samaria, ha parlato di «azioni contro la morale e contro la Torah che danneggiano un obiettivo sacro come la costruzione e il radicamento nella Terra d’Israele. Danneggiare proprietà, e tanto più la vita, di qualsiasi persona – ebreo o non ebreo – è un atto immorale che ferisce l’anima della sacra terra (Adamat haQedoshà, in ebraico)».
Altri rabbini degli insediamenti, come Eliezer Melamed e David Dudkevitch, hanno scritto: «Tollerare elementi che agiscono in modo violento può mettere in pericolo l’intero progetto; è inaccettabile». In un’altra lettera, firmata da rabbini ed educatori del sionismo religioso, si legge: «Chiediamo di parlare con voce chiara e di far sentire la nostra voce per la verità e la pace, in virtù della responsabilità educativa che portiamo da anni. Il vero sionismo religioso si fonda su giustizia, sacralità della vita umana e rispetto delle persone, non sulla violenza». E ancora: «La violenza di ebrei contro palestinesi, che si tratti di danni alla vita, ai beni o alla dignità, è una trasgressione secondo la Torah, una violazione della legge dello Stato». I firmatari aggiungono: «Respingiamo con forza ogni tentativo di giustificare la violenza in termini religiosi o ideologici», e concludono: «Il silenzio non è neutralità, è complicità».
Oltre ai rabbini, anche un gruppo di ex ambasciatori e alti funzionari del ministero degli Esteri ha chiesto al governo di «agire immediatamente e con decisione contro i rivoltosi ebrei». Tra i firmatari c’è Rafi Schutz, già ambasciatore presso la Santa Sede, insieme a decine di diplomatici di carriera. L’assenza di una risposta adeguata, scrivono, «si configura come un sostegno tacito» e rischia di compromettere la posizione internazionale di Israele e la sua identità di Stato di diritto.
Una posizione simile a quella espressa dal Senato accademico dell’Università di Tel Aviv, che ha parlato apertamente di «terrorismo ebraico» e ha criticato la risposta insufficiente delle autorità. «Il terrorismo è terrorismo, indipendentemente da chi lo compie», si legge nel documento, che richiama anche la responsabilità dello Stato di proteggere tutti i civili sotto la sua giurisdizione.
Accanto a queste prese di posizione, esistono anche voci di segno opposto, meno numerose. In una lettera firmata da un gruppo di rabbini vicini agli ambienti più nazionalisti, il linguaggio resta centrato sulla sicurezza e sul rafforzamento della presenza sul territorio, senza una condanna esplicita delle violenze degli estremisti. Si parla di vigilanza, mobilitazione e radicamento, inserendo gli eventi in una cornice religiosa più ampia.

d.r.