MUSICA – Requiem per i viventi

Il compositore francese Émile Goué, liberato nel 1945 dall’Oflag XB Nienburg am Weser e deceduto l’anno seguente a causa di una malattia contratta in prigionia scrisse che «la musica non era intrattenimento, un gioco gratuito ma l’espressione stessa della vita interiore». Da David Ajzensztat a Wolf Durmashkin, da David Beigelman a Rosebery D’Arguto, in Ghetti e Lager il musicista ebreo realizzò che toccava a lui fungere da testimone ante litteram di un pogrom pianificato che stava abbattendosi sulla popolazione ebraica d’Europa, spettava al musicista togliere al mestiere musicale il privilegio dell’intrattenimento in tempi di pace per farne manifesto di una civiltà che giammai intendeva scomparire sotto il peso dell’animalità di regime perpetrata dal Reich.
Il Requiem (per altri compositori la Messa o il Kaddish nella tradizione musicale ebraica) è il genere nel quale la musica smette di essere intrattenimento e si avvicina pericolosamente all’ignoto sino a sfiorarlo; se nel Requiem di W.A. Mozart la supplica è luminosa dinanzi al mistero, nel Requiem di G. Verdi esplode l’urlo esistenziale dell’uomo che trasforma il sacro in dramma universale.
Scrivere musica di ispirazione religiosa nell’universo concentrazionario non servì a consolare i morti o accompagnarli nell’ultimo viaggio bensì a dar voce ai viventi e trasformare la fragilità dell’esistere in nutrimento dell’anima; la musica scritta in deportazione e prigionia fu l’ultimo tentativo di dare un ordine al chaos (come scrisse Viktor Ullmann a Theresienstadt), ultimo desiderio del condannato che, al modo di una famosa pubblicità di un’azienda telefonica, allungò la vita dell’ingegno costruendo un’architettura di suoni capace di reggere il peso di un’umanità dolente.
Il 4 settembre 1944 a Buchenwald il compositore ceco Ondrej Volráb, prima della deportazione autore di musica popolare, smise di scrivere musica d’intrattenimento e stese su fogli della fabbrica dove svolgeva i lavori forzati il poema sinfonico Sotto un cielo straniero [Pod cizím nebem], eseguito durante un concerto clandestino notturno nell’Abteilung Patologie dove si sezionavano cadaveri di deportati uccisi per strangolamento al piano inferiore dell’Abteilung; un musicista anonimo deportato a Buchenwald (si sa soltanto che era di nazionalità francese) stese gli schizzi di un Requiem ma non riuscì a completarlo, anche lui fu strangolato e sezionato nell’Abteilung Patologie.
A Theresienstadt il direttore d’orchestra ebreo rumeno Rafael Schächter (foto) diresse parti del Requiem di G. Verdi con un coro decimato dai trasferimenti a Birkenau e con un solo pianoforte come accompagnamento in luogo dell’orchestra (Gideon Klein al pianoforte); Schächter salì sul podio senza degnare di un saluto il comandante SS Adolf Eichmann seduto in sala e plaudente.
Cresciuto in una famiglia di ebrei liberali tedeschi, il compositore Franz Landé si occupò della riforma dell’insegnamento della teoria musicale nelle scuole, in seguito all’ascesa del nazionalsocialismo riparò nel maggio 1933 a Ginevra e successivamente a Parigi; allo scoppio della guerra fu internato a Gurs in quanto munito di passaporto tedesco, stese la Messe der Arbeit op.36 per soli, coro misto e orchestra su testo proprio, genere di monumentale messa laica scevra da riferimenti religiosi.
Il 18 settembre 1942 Landé fu trasferito presso il Sammellager di Drancy e imbarcato su un convoglio ferroviario diretto ad Auschwitz, dove giunse tre giorni dopo; in quel periodo la maggior parte dei deportati di genere maschile assegnati ai lavori forzati era trasferita a Birkenau ancora in fase di espansione e le condizioni igieniche erano catastrofiche a causa di un’epidemia di tifo petecchiale.
Franz Landé morì il 30 settembre 1942, nove giorni dopo il suo arrivo a Birkenau; rifinita e limata durante l’internamento a Gurs, la Messe der Arbeit op.36 è a tutti gli effetti musica concentrazionaria.
Come un gioco esistenziale da farsi con le carte della vita e della morte, il gioco della musica è misterioso, enigmatico, paradossale; il musicista conosce mille risorse, si fa beffe sia della vita che della morte, rimescola e imbriglia le carte, possiede impressionanti capacità di rivitalizzarsi e dare forma artistica alle più remote paure antropologiche che in società non si nominano.
Nell’epilogo dell’opera Der Kaiser von Atlantis scritta a Theresienstadt da Viktor Ullmann, la Morte riesce a ingannare il Kaiser e gli chiede la sua stessa vita a risarcimento della propria dignità violata; la morte è più viva della vita e quindi più scaltra, l’inquietante corale Ein’ feste Burg ist unser Gott (già usato da compositori ebrei come F. Mendelssohn Bartholdy e G. Meyerbeer) con il quale si conclude l’opera ullmanniana è un Requiem al contrario nel quale la morte consola i viventi.
La musica è un’arte del tempo, la musica concentrazionaria l’ha resa altresì arte dello spazio.

Francesco Lotoro