REFERENDUM – Tra missili e rifugi, gli italiani in Israele disertano il voto

Con la minaccia dei missili iraniani a scandire la vita quotidiana, il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia non è stato una priorità per gli italiani d’Israele. Solo l’1,24 per cento degli aventi diritto è andato a votare: circa 150 schede su una platea di oltre 14mila aventi diritto. «È stata proprio una diserzione di massa», osserva il demografo Sergio Della Pergola, che ricorda come in altre occasioni l’affluenza si sia attestata attorno al 20-30 per cento: «Il voto dall’estero è sempre relativamente scarso, ma qui stavolta c’è stata proprio una diserzione di massa. C’è un senso di irrilevanza del fatto, per chi vive qui, specialmente mentre piovono missili».
Il dato è il risultato di una combinazione di fattori. Ci sono anzitutto le difficoltà pratiche del voto per corrispondenza, che Della Pergola, autorevole voce degli italiani d’Israele, illustra con un episodio personale emblematico. «Avevo inserito il mio voto nella busta e sono andato a cercare una casella postale per spedirla», racconta. «Ho scoperto che la casella non c’era più. L’ufficio postale era chiuso, e sono tornato a casa: il mio voto purtroppo non è mai partito». Forse, ipotizza, la casella era stata rimossa come precauzione «per evitare che una scheggia di missile la colpisse e la danneggiasse». La procedura in sé, tiene a precisare, funziona: le schede arrivano, ma «bisogna andare alla posta, oppure portare il plico direttamente alle sedi dell’ambasciata e del consolato generale», e non è sempre semplice, soprattutto durante una guerra.
C’è poi la difficoltà di orientarsi nel merito del quesito. «Il testo del referendum è sostanzialmente incomprensibile, soprattutto per chi segue il dibattito da lontano», spiega Della Pergola.
Ma è soprattutto il contesto a pesare. «Qui abbiamo le bombe, abbiamo i nostri problemi», sintetizza. In una quotidianità scandita da sirene e rifugi, «anche le attività più banali diventano una strategia calcolata. In teoria il momento migliore per uscire e sbrigare le commissioni è subito dopo un missile, perché sai di avere una finestra di tempo prima del prossimo. Tutti fanno così». E inviare la scheda con il voto sul referendum non è stata una priorità.
A questo si aggiunge una percezione diffusa di distanza da parte dell’Italia rispetto al conflitto. «Forse ci saremmo aspettati una posizione più ferma e più chiara contro i missili iraniani sulle case israeliane. Anche oggi ci sono stati attacchi su Tel Aviv, in quartieri densamente abitati. E gli iraniani usano bombe a grappolo, teoricamente vietati dalle convenzioni internazionali», sottolinea Della Pergola. Il risultato dell’indifferenza, prosegue il demografo, è che tra chi ha il passaporto italiano «il pensiero può essere stato: se non interessiamo a loro, non vedo perché dovrebbe interessarmi questo referendum».
Tra i pochi che hanno votato, il Sì ha prevalso con il 71,33 per cento (107 voti) contro il 28,67 per cento del No (43 voti). Numeri troppo esigui per avere un reale significato statistico, sottolinea il demografo, anche perché una parte dei votanti è probabilmente legata alle strutture istituzionali italiane presenti nel Paese, funzionari di ambasciata e personale di stanza.
I dati vanno letti tenendo conto di una particolarità amministrativa: il voto degli italiani nell’area è ripartito in due circoscrizioni distinte. Alla circoscrizione “Israele” appartengono i numeri appena citati; quella autonoma, che comprende Gerusalemme e i territori palestinesi, ha registrato una partecipazione più alta: 302 votanti su 2.578 elettori, pari all’11,71 per cento. Qui il Sì ha prevalso con 155 voti (53,08 per cento), contro i 137 del No (46,92 per cento).
Un dato che attenua solo in parte il quadro complessivo, segnato da una partecipazione molto limitata rispetto alla platea degli aventi diritto.

d.r.