ECJC/1 – Atene, capitale dell’ebraismo europeo per tre giorni
Il 6° Summit ECJC: resilienza, leadership e passaggio di testimone
Sotto l’Acropoli illuminata, con il suono del pianoforte che risuonava nelle sale del Museo dell’Acropoli, oltre 240 leader ebraici europei si sono ritrovati ad Atene dal 15 al 17 marzo 2026 per fare una cosa semplice e necessaria: guardarsi in faccia e chiedersi come stiamo davvero. Non una conferenza di rappresentanza, non un summit di dichiarazioni d’intenti, ma un laboratorio vivo di idee, strumenti e visioni per il futuro dell’ebraismo europeo.
Come si resta ebrei in un’Europa che cambia?
È questa la domanda che ha attraversato tre giorni di lavoro intenso, declinata in mille modi diversi. Come si parla a un giovane adulto che non si è mai iscritto alla comunità? Come si trasmette la memoria della Shoah quando non ci saranno più sopravvissuti? Come si costruisce un servizio di salute mentale in una comunità che non ne vuole sentir parlare? Come si fa a sopravvivere come istituzione quando i fondi pubblici si esauriscono e i matrimoni misti superano il 50%?
Non sono domande retoriche. Sono le domande concrete che i leader ebraici europei portano con sé ogni giorno, e che ad Atene hanno trovato — finalmente — uno spazio per essere discusse senza filtri.
Il 7 ottobre ha rotto qualcosa
Il punto di partenza è stato onesto e coraggioso: il 7 ottobre 2023 ha fratturato le narrative su cui l’ebraismo contemporaneo aveva costruito la propria identità. La narrativa israeliana della nazione forte e sovrana, quella diasporica del cittadino pienamente integrato che ripara il mondo — entrambe sono state messe in crisi simultaneamente. La resilienza, si è detto, non è uno stato che si raggiunge: è una scelta che si rinnova ogni giorno, un movimento continuo tra la paura e l’orgoglio, tra la vulnerabilità e la forza.
Le voci delle comunità hanno reso tutto questo concreto e tangibile: la comunità di Manchester che ha dovuto rispondere a un attacco antisemita nel parco, quella di Amsterdam che gestisce ogni giorno la tensione tra apertura e sicurezza, quella di Cracovia che ricostruisce la vita ebraica a pochi chilometri da Auschwitz. Storie diverse, sfida comune: come si resta ebrei in un’Europa che cambia così in fretta?
I numeri che non possiamo ignorare
Alcune cifre emerse al summit meritano di essere dette ad alta voce. In Europa vivono ancora 39.000 sopravvissuti alla Shoah, con un’età media di 87 anni. In quindici anni ne resteranno circa 5.500. Il tempo per raccogliere le loro testimonianze, per costruire modelli di memoria che sopravvivano a loro, si sta esaurendo. Non è una questione di archivi: è una questione di scelte che le comunità devono fare adesso.
Sul fronte demografico, i dati mostrano comunità in profonda trasformazione: crescente disaffiliazione, identità ibride, matrimoni misti che in alcuni paesi superano la metà, una generazione di giovani adulti che non si riconosce nelle istituzioni tradizionali. Non sono segnali di crisi inevitabile: sono sfide adattive che richiedono risposte nuove, non solo risorse aggiuntive.
Cosa funziona davvero
La parte più preziosa del summit è stata quella in cui le comunità hanno smesso di descrivere i problemi e hanno cominciato a mostrare le soluzioni. Un libro ebraico al mese inviato alle famiglie con bambini — in 40 paesi, in 7 lingue, 650.000 libri ogni mese — si è rivelato uno degli strumenti più efficaci per trasmettere identità ebraica, più di molti programmi formali. Un caffè non clinico aperto a tutti, senza appuntamento e senza diagnosi, gestito da persone con esperienza diretta di disagio mentale, raggiunge chi non busserebbe mai alla porta di uno psicologo. Un incontro in un salotto privato, in cui qualcuno racconta la propria storia della Shoah a un gruppo ristretto di amici e vicini, coinvolge milioni di persone in 66 paesi con una forza che nessuna cerimonia ufficiale riesce a eguagliare.
Il filo comune di questi modelli è lo stesso: abbassare le barriere, partire dalle relazioni, fidarsi delle persone. Smettere di chiedersi “come attiriamo i giovani?” e chiedersi invece “come creiamo spazi in cui vogliano essere protagonisti?”. Smettere di trattare le sfide adattive — quelle che richiedono cambiamento di valori e mentalità — come se fossero problemi tecnici da risolvere con un esperto.
Una buona notizia per l’Italia
C’è anche una finestra concreta di opportunità che le comunità italiane farebbero bene a non lasciarsi sfuggire: i fondi europei. Il programma CERV della Commissione Europea finanzia progetti su Shoah education, contrasto all’antisemitismo e vita ebraica con contributi fino al 90% del budget. Una call specifica apre a maggio 2026 con scadenza ottobre 2026. Per chi non l’ha ancora fatto, è il momento di informarsi.

Il passaggio di testimone
Ad Atene si è chiuso anche un capitolo importante per l’ECJC: dopo anni di presidenza, Claudia Fellus ha lasciato il timone di un’organizzazione profondamente rinnovata rispetto a quella che aveva trovato — governance più solida, rete più ampia, conti in ordine, summit diventato un punto di riferimento per l’intero continente. Un lavoro silenzioso e strutturale, del tipo che non fa notizia ma che rende tutto il resto possibile.
Il nuovo Executive Board eletto dall’Assemblea Generale esprime sette paesi europei — Regno Unito, Italia, Francia, Serbia, Polonia, Ungheria e Germania — con Marc Sugarman alla presidenza e Sabrina Coen dell’UCEI come Vice Presidente. Per l’ebraismo italiano, una presenza al tavolo europeo che conta.
Quando i pullman hanno lasciato il Museo dell’Acropoli l’ultima sera, con Atene illuminata sullo sfondo, qualcosa era cambiato. Non nei numeri, non nelle strutture, non nei bilanci. Era cambiato in quella cosa difficile da misurare e impossibile da ignorare: la sensazione che non siamo soli, che l’ebraismo europeo non è una somma di comunità isolate che resistono ciascuna per conto proprio, ma una rete viva di persone che si riconoscono, si passano gli strumenti e si sostengono. E che vale la pena difenderla.