ECJC/2 – Claudia Fellus: Dopo il 7 ottobre, nulla è più come prima
Volentieri pubblichiamo un estratto del discorso con cui Claudia Fellus ha concluso il suo mandato da presidente dello European Council of Jewish Communities (Ecjc):
Solo poco tempo fa — e sembra già un’altra epoca — il 7 ottobre 2023 ha segnato una frattura profonda tra le comunità ebraiche e le società che le circondano. In Europa. Negli Stati Uniti. Ovunque. Ed è forse proprio questo l’aspetto più sconvolgente: che quella frattura abbia attraversato anche l’America, il luogo in cui gli ebrei si sono sempre sentiti, senza esitazione, a casa. Oggi, essere ebrea in Italia è un’esperienza diversa da tutto ciò che ho vissuto prima. Per gran parte della mia vita, la mia identità era plurale, stratificata, naturale: italiana, donna, ebrea libica, tifosa della Roma. E molto altro. Un insieme armonico di appartenenze. Oggi non più. Oggi, quando incontro qualcuno, la prima cosa che dico è: sono ebrea Non era mai successo prima. Questo cambiamento non è casuale. È una risposta. È la risposta a una frattura che si allarga ogni giorno. Alla sensazione — sempre più concreta — che la mia identità venga messa in discussione, distorta, talvolta apertamente attaccata. Negli ultimi mesi ho visto emergere, intorno a me, un tentativo preciso: trasformare l’identità ebraica in qualcosa di oscuro, sospetto, colpevole.
All’improvviso, la mia storia personale, il mio impegno civile, i legami costruiti in una vita intera non contavano più. Contava solo una cosa: prendere le distanze. Condannare Israele. Negarne l’esistenza. Negare, in fondo, me stessa. O chiedere scusa — per qualcosa che non mi appartiene. Dopo il 7 ottobre ho scelto, inizialmente, il silenzio. Come Ecjc abbiamo organizzato il primo viaggio di solidarietà in Israele: Hineni. Abbiamo incontrato i sopravvissuti, visitato i kibbutz colpiti e il luogo dell’eccidio di giovani innocenti. Nell’aria l’odore acre di carni umane bruciate che rammentavano i racconti di altri sopravvissuti. Quel silenzio non era vuoto. Era memoria. Era il riflesso di un’altra epoca, di un altro silenzio: quello della Shoah. E poi, ancora una volta, le stesse parole. Le stesse accuse. La stessa narrazione: gli ebrei uccidono bambini innocenti.
L’immagine dei bambini è da sempre uno degli strumenti più potenti e perversi dell’antisemitismo, antico e moderno. Serve a costruire il mostro. A giustificare l’odio. Eppure, il 7 ottobre, siamo stati noi a subire l’orrore. Noi a essere colpiti da una violenza che sfugge alle parole. E nonostante questo, abbiamo scelto di non esibire quel dolore. Di non trasformarlo in spettacolo. Di non usarlo. Per rispetto. Quando, nel marzo 2023, sono diventata Presidente dell’Ecjc, avevo un obiettivo chiaro: ricostruire una piattaforma forte, capace di unire, di far incontrare, di far crescere una rete europea del sociale ebraico. Non potevo immaginare quanto rapidamente quel progetto sarebbe diventato necessario. Oggi, dopo il 7 ottobre, non è più solo una visione. È un’urgenza.
Gli incontri che abbiamo promosso — online e in presenza — lo dimostrano senza ambiguità: leader e professionisti del mondo ebraico hanno bisogno di confrontarsi, di sostenersi, di condividere strumenti. Perché stiamo attraversando una trasformazione profonda. In questo contesto, l’Ecjc è diventato uno spazio vitale. E questo è stato possibile grazie al Jdc, che ha creduto e investito nella costruzione di una nuova rete sociale ebraica europea. Perché il sociale è il primo fronte. È lì — tra i giovani, gli anziani, gli studenti, le persone fragili — che i cambiamenti si manifestano per primi. È lì che si misura la temperatura reale delle nostre società. Quando la politica se ne accorge, spesso è già tardi. Il sociale, invece, anticipa. E permette di agire. Oggi siamo qui, mentre Israele è in guerra. Ogni giorno, uomini, donne e bambini entrano ed escono dai rifugi. Lo fanno con disciplina, con lucidità, con un obiettivo preciso: salvare vite. Perché nella nostra tradizione la vita è sacra. Israele ha investito enormi risorse per proteggere i propri cittadini: rifugi, sistemi di difesa, protezione civile.E questo rende ancora più evidente il contrasto con chi, invece, utilizza risorse altrettanto ingenti non per proteggere, ma per nascondersi. Non per salvare vite, ma per mettere in pericolo i civili. Tunnel. Scudi umani. Terrore.
In questi giorni abbiamo parlato di antisemitismo. Ma soprattutto abbiamo parlato di resilienza ebraica. Una resilienza che non è solo resistenza. È capacità di trasformare una crisi in un’opportunità. Di rafforzare legami. Di riaffermare diritti. Il diritto — semplice e fondamentale — di vivere come cittadini uguali nei Paesi in cui siamo nati, in cui viviamo, a cui apparteniamo.Questo diritto non è negoziabile. Non accetteremo mai più di essere spinti ai margini. Non accetteremo mai più di essere considerati cittadini di seconda classe. Non accetteremo mai più di dover nascondere ciò che siamo.
È per questo che siamo qui. Oggi. Insieme. Da oltre 35 Paesi. Abbiamo pensato di rimandare. Soprattutto quando la guerra con l’Iran si è intensificata. Ma abbiamo scelto di no. Perché mentre in Israele si combatte per il diritto di esistere, noi non possiamo arretrare. Dobbiamo avanzare. Con responsabilità — certo. Seguendo tutte le misure di sicurezza. Consapevoli degli attacchi contro scuole, sinagoghe, istituzioni ebraiche in Europa e nel mondo. Ma avanzare. Perché nei momenti di frattura, costruire non è solo necessario. È un atto di responsabilità. Ed è, soprattutto, un atto di futuro.