ISRAELE – Dopo il “caso Pizzaballa”, accordo sulla Pasqua al Santo Sepolcro

Sembra forse chiudersi il “caso Pizzaballa” dopo le agitate acque delle scorse ore seguite alla decisione delle autorità israeliane di vietare al massimo rappresentante dei cattolici in città l’ingresso al Santo Sepolcro, chiuso al pari degli altri luoghi sacri di Gerusalemme per ragioni di sicurezza legate alla minaccia missilistica iraniana. Nella giornata di lunedì il Patriarcato latino e la Custodia di Terra Santa hanno annunciato che «le questioni relative alla Settimana Santa e alle celebrazioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro sono state affrontate e risolte in coordinamento con le autorità competenti». In accordo con la Polizia israeliana, viene spiegato in una nota, è stato «garantito l’accesso ai rappresentanti delle Chiese al fine di celebrare le liturgie e le cerimonie e preservare le antiche tradizioni pasquali presso la Chiesa del Santo Sepolcro». Per via delle restrizioni in vigore per ogni cittadino d’Israele, le liturgie saranno trasmesse in streaming. «Sono contento che la questione sia stata risolta con rapidità ed efficienza, in un modo che tutela la libertà di preghiera e protegge al tempo stesso la vita umana», ha commentato l’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede Yaron Sideman. Per il suo collega Jonathan Peled, ambasciatore d’Israele a Roma, «avremmo potuto agire tutti in modo diverso: magari anche le nostre forze di polizia… forse, però, il Patriarca è stato un po’ avventato. Il Governo italiano si è affrettato a condannare l’accaduto. Credo che tutti abbiamo imparato la lezione». La vicenda è presto rimbalzata su tutti gli organi di informazione internazionali, dando in molti casi l’impressione che Israele sia un paese ostile ai cristiani. Ma i numeri, la vita di ogni giorno, dicono qualcosa di molto diverso.

Un po’ di storia

«Israele è l’unico paese del Medio Oriente in cui la presenza cristiana cresce, mentre in tutti i paesi arabi o islamici tende a diminuire, in molti casi a rotta di collo», sottolinea il demografo italo-israeliano Sergio Della Pergola. E se vent’anni fa i cristiani in Israele erano circa 150mila, oggi si parla di 185mila persone. «Rispetto ad ebrei e musulmani i cristiani hanno un andamento demografico di tipo europeo, con una natalità quindi più bassa, abbondantemente sopra la soglia dei due figli a famiglia (la natalità dei cristiani etnicamente arabi è attorno a 1,7). Ma l’incremento c’è e viene facile un confronto con la società palestinese: Betlemme, un tempo largamente cristiana, è oggi una città a maggioranza musulmana. E lo stesso discorso vale per al-Bireh, vicino Ramallah, dove i cristiani sono enormemente diminuiti». Sono indicatori che è difficile ignorare, osserva l’esperto. Così come «non si può ignorare che i cristiani siano oggi alla testa di un movimento ascensionale della componente araba nella società israeliana, essendo in genere più istruiti, acculturati e urbanizzati: non tutto è rose e fiori, ma è un processo che si tocca con mano nella quotidianità».

a.s.