LA DOMANDA – Massimiliano Boni: Ancora servitori di re?
Il generale disordine geopolitico in cui siamo immersi può essere spunto per leggere Purim e Pesach come esempi del rapporto tra gli ebrei e il potere nella Diaspora, due modelli di come gli ebrei hanno saputo convivere, ovvero emanciparsi, dal potere cui erano soggetti.
Non si tratta peraltro degli unici modelli. Basta un semplice elenco – Abramo stipula accordi di pace e territoriali, oppure scende in guerra contro re Cananei, Giacobbe conduce una trattativa diplomatica con suo fratello Esaù, Giuseppe da schiavo in un paese straniero diventa viceré d’Egitto – per confermare l’intuizione che Yosef H. Yerushalmi espresse nella relazione tenuta il 19 ottobre 1993 a Monaco: gli ebrei, in esilio per duemila anni, sono stati comunque capaci di costruire una tradizione politica. Per Yerushalmi questa tradizione ha un carattere verticale: gli ebrei hanno sempre cercato un rapporto diretto con l’autorità politica più alta tra quelle che esercitavano una giurisdizione su di loro. Agli inizi l’imperatore romano rispetto ai suoi alleati; nel medioevo, il re locale, o il vescovo, invece del vassallo; addirittura l’Imperatore o il Papa nei casi di maggiore pericolo. Erano, cioè, “servitori di Re” e non “servitori di servitori”. Un’alleanza non gratuita – gli ebrei erano fonte diretta di reddito, nonché garanzia di ricevere in cambio fedeltà e competenze umanistiche, scientifiche, mediche – ma che veniva considerata la più stabile e sicura, tanto da coniare il principio che “la legge del regno è legge”.
Mordechai è un modello che va in questa direzione: ha fatto parte dell’entourage di Assuero al punto da sventare un golpe a suo danno, e insieme ad Ester si mostra abile politico per rovesciare le sorti avverse agli ebrei (senza però contestare l’editto regale, in omaggio alla regola sopra espressa). Al contrario, Mosè opera una frattura nei confronti del Faraone, ma anche dei notabili ebrei che, pur in schiavitù, erano riusciti a trovare una forma di accomodamento, di cui probabilmente è espressione Aronne, che si ritaglierà sempre un ruolo di mediazione (sebbene con esiti non sempre fortunati, come dimostra il vitello d’oro).
In età moderna l’alleanza regia è un modello che gli ebrei italiani seguono anche quando ricevono pari diritti civili e politici. Nel Regno d’Italia la presenza ebraica in politica è marcata, e trova spazio per lo più nel fronte moderato e conservatore. Fu questo il ringraziamento per la libertà ricevuta dai Savoia, prima che arrivasse il vile tradimento delle leggi razziali.
Facendo un altro salto, è possibile domandarci se il modello di Yerushalmi funzioni ancora oggi. In Italia le destre offrono ampie rassicurazioni agli ebrei, fin da quando nel 2022 Giorgia Meloni partecipò all’accensione della Hannukkia su invito della comunità ebraica di Roma. Negli ultimi due anni la destra ha sempre difeso il governo israeliano, sebbene quando l’offensiva a Gaza si è fatta brutale il sostegno si sia affievolito. Da ultimo, l’approvazione al Senato del ddl sull’antisemitismo, sostenuto dal governo e con l’opposizione in ordine sparso, sembra confermare il modello teorizzato da Yerushalmi: è dalla destra al governo che gli ebrei si attendono protezione.
È un risultato che meriterebbe di essere meglio studiato, perciò non pretendo di affermare provato. Bisognerebbe comprendere quanto concorrano a determinarlo fattori esterni. Penso alla lettura del conflitto mediorientale di buona parte della sinistra, che lo traduce in uno scontro tra oppressi e oppressori, utilizzando un inadeguato linguaggio binario. Un altro elemento che salda la destra a Israele è l’avversione al fenomeno migratorio, per cui i “clandestini” sono ritenuti nella quasi totalità musulmani ostili al nostro sistema di valori. Israele sarebbe dunque il famoso avamposto delle democrazie occidentali.
Ci sono poi i fattori interni. Il più importante è noto: il partito della premier rivendica la sua continuità ideale con il MSI, fondato da ex fascisti, sorto dalle ceneri della repubblica sociale italiana di Salò (quella che gli ebrei li considerò nemici da eliminare); il che comporta la necessità di edulcorare la Storia. Finora Giorgia Meloni ha lavorato per cesellare al meglio l’incastro perfetto: condanna le leggi razziali, ma non l’intero fascismo; condanna la dittatura, ma non Giorgio Almirante né la storia del MSI; condanna la violenza politica a sinistra degli anni Settanta, ma dubita delle responsabilità della destra stragista, come per la strage di Bologna. Unisce la fedeltà al passato a una più che cordiale intesa con le istituzioni ebraiche e il governo Netanyahu. Come nel medioevo l’alleanza regia garantiva al Re un vantaggio – senza che per questo la sua benevolenza per gli ebrei fosse sincera – anche oggi la destra italiana ricava un vantaggio politico, interno e internazionale, dalla protezione offerta agli ebrei.
C’è infine un terzo elemento che andrebbe valutato: l’inclinazione politica di alcuni ebrei italiani, per cui dichiararsi di destra non è più tabù.
In definitiva, la percezione è che molti ebrei applichino “lo schema Yerushalmi”: sostengono l’alleanza verticale con la destra, perché affine alla loro visione del mondo e perché assicura protezione dai pericoli rivolti ai tre caposaldi della loro identità: essere ebrei, sionisti e legati a Israele.
È una scelta comprensibile, ma siamo certi che sia lungimirante? Si può essere garantiti da forze politiche che alimentano la xenofobia, con scarsa tolleranza per le diversità? Qualche scricchiolio si avverte: negli USA, se l’elezione di Donald Trump ha rinsaldato l’intesa con la destra populista israeliana, oggi tra i repubblicani c’è chi si sta spostando su posizioni ostili a Israele e antisemite.
Sono segnali sottotraccia, mentre l’ostilità espressa dalle frange più radicali della sinistra – complice l’infatuazione per una lettura terzomondista e “wokista” – fa molto più rumore. Eppure, se l’antisemitismo a sinistra è presente e va giustamente denunciato, bisognerebbe usare lo stesso zelo anche con quello a destra, più silenzioso e mascherato, ma non debellato. Tra scegliere il servire il re (e la regina) di turno, o servire i loro servitori, forse la strada da preferire è servire la democrazia e la Costituzione antifascista.