CALCIO – Le due “Bosnie”: applausi all’inno italiano, niente stretta di mano agli israeliani
Nell’ennesima notte da incubo del calcio italiano da salvare c’è poco o niente. Eccezione fatta, forse, per una pagina di sportività di cui l’undici azzurro è stato in qualche modo compartecipe prima del fischio d’inizio della gara-spareggio per i Mondiali di Usa, Canada e Messico. Si tratta dei copiosi applausi del pubblico bosniaco al momento dell’esecuzione dell’Inno di Mameli: un gesto emblema non solo di sportività ma anche di qualcosa di più profondo con radici nella storia e nel vissuto locale. «Bisogna applaudire l’inno italiano», aveva chiesto alla vigilia il leader della squadra di casa Edin Dzeko, cresciuto a Sarajevo negli anni dell’assedio e vecchia conoscenza del nostro campionato. Dzeko aveva dieci anni quando nel novembre del 1996 l’Italia scrisse un piccolo pezzo di storia balcanica, diventando la prima nazionale a disputare una partita amichevole in Bosnia dalla fine del sanguinoso conflitto degli anni Novanta. L’ex calciatore di Roma, Inter e Fiorentina non ha dimenticato quella mano tesa e neanche, a quanto pare, i suoi tifosi.
E se nel “catino” di Zenica è stata scritta una bella pagina di fratellanza, meno edificante è quanto avvenuto nelle stesse ore in un campo neutro ungherese dove si sfidavano la rappresentativa Under 21 della Bosnia e quella israeliana, in un match valevole per le qualificazioni agli Europei del 2027. Prima della partita è tradizione che i calciatori delle squadre rivali si diano la mano. E se una parte dei giocatori bosniaci ha “onorato” l’impegno, un’altra si è tirata indietro in modo plateale, suscitando inevitabili polemiche. La partita è finita 0 a 0. Potrebbe però non essere finita, a livello disciplinare, per i “protagonisti” del rifiuto.