PESACH – Una festa casher anche in Egitto grazie all’Ucei
Con Pesach alle porte, Samy Ibrahim è arrivato a Milano per ritirare tre valigie colme di prodotti casher per la festa: circa 40 chili di prodotti tra matzot, vino e altri generi alimentari. «Per noi non è semplice procurarlo, soprattutto da Israele, a causa delle tensioni e delle difficoltà legate ai confini. È così che è nata questa collaborazione con l’Ucei, che portiamo avanti per il secondo anno», racconta Ibrahim a Pagine Ebraiche, poco prima di ripartire per Il Cairo.
Ibrahim – o Abraham Arié nel suo nome ebraico – è oggi una delle figure centrali della piccolissima comunità ebraica egiziana. «Siamo davvero pochissimi», spiega. «La maggior parte sono donne anziane, perché le nuove generazioni sono andate via. Io sono tra i più giovani… e ho 58 anni». Una presenza ridotta all’osso, tanto che, osserva con una punta di ironia, «per perseguitarci dovrebbero prima trovarci».
Al Cairo esiste ancora una sinagoga, ma la vita religiosa è limitata: «Non abbiamo un rabbino né un minian. Le celebrazioni le facciamo in modo semplice, all’interno della comunità». Proprio questa fragilità ha spinto Ibrahim e gli altri membri rimasti a costruire legami con il mondo esterno: «Invitiamo anche musulmani e cristiani a celebrare con noi alcune feste. Fa parte del nostro impegno per mantenere viva e proteggere l’eredità ebraica in Egitto».
Un impegno che si intreccia con una storia personale segnata dalla scelta di restare. «Vengo da una famiglia che non ha mai voluto lasciare l’Egitto», racconta. «Mio padre, Albert Arié, era un ebreo comunista: questa scelta gli è costata undici anni nelle carceri di Nasser». Figura dalle molte contraddizioni – comunista, contrario all’emigrazione in Israele, convertitosi all’Islam negli anni Sessanta – Arié rimase impegnato fino alla fine nella salvaguardia del patrimonio ebraico-egiziano. «Abbiamo pubblicato le sue memorie in arabo. Molti oggi conoscono la sua storia e la rispettano, anche per la sua decisione di restare e considerare l’Egitto la propria patria», afferma Ibrahim, dal 2016 vicepresidente della comunità ebraica del Cairo, guidata da Magda Haroun. Una leadership al femminile dettata anche dalle circostanze: «Da oltre vent’anni la comunità è guidata da donne, perché non ci sono abbastanza uomini. Ma l’Egitto è un luogo fondamentale per la storia ebraica, spesso lo si dimentica, e per questo sentiamo il dovere di continuare a tenere viva questa presenza».
Fondamentale, in questo senso, è anche il legame con la diaspora. «Abbiamo contatti in tutto il mondo, anche in Italia. Ci sono gruppi di ebrei di origine egiziana che vengono a visitarci. Io li accompagno, faccio da guida. Per noi è importantissimo». Un legame che passa anche attraverso gesti concreti come i pacchi di Pesach: «È iniziato tutto grazie a un incontro con il vicepresidente Ucei Milo Hasbani che si è mobilitato per aiutarci».
Sul futuro, Ibrahim non si fa illusioni. «Non credo che chi ha lasciato l’Egitto tornerà. Forse alcuni discendenti, ma è complicato». Ma, aggiunge, «l’ebraismo esiste da migliaia di anni e ha sempre trovato il modo di sopravvivere. Continuerà a farlo. Io, finché sarò al Cairo, farò tutto il possibile per preservarlo. Spero che qualcuno, dopo di me, continui questo lavoro».
d.r.