PESACH – Il Seder sotto i missili, la festa della libertà in tempo di guerra
Alla vigilia di Pesach, mentre le famiglie israeliane si preparano al Seder, la guerra con l’Iran continua a scuotere il Paese. Nelle prime ore del mattino, una raffica di missili balistici, alcuni con munizioni a grappolo vietate dalle convenzioni internazionali, ha colpito Bnei Brak e altre aree del centro del Paese, trasformando una giornata di preparativi in una corsa tra sirene, rifugi e soccorsi.
Il bilancio si è aggravato nel corso delle ore: almeno sedici persone sono rimaste ferite, tra cui diversi bambini. Una bambina di 12 anni è stata trasportata in condizioni gravissime al Sheba Medical Center, dove le équipe mediche stanno lottando per tenerla in vita. Le sue condizioni sono peggiorate dopo il ricovero, ha reso noto l’ospedale. Il padre, ferito mentre tentava di soccorrerla, è in condizioni moderate. «Ho visto la bambina distesa in soggiorno e suo padre che le prestava già i primi soccorsi», ha raccontato il paramedico Meir Zargarian. «Aveva ferite agli arti. Abbiamo fermato l’emorragia e l’abbiamo portata via in gravi condizioni». Anche i suoi due fratelli sono stati colpiti alle gambe dalle schegge.
Altri sei bambini sono stati ricoverati per accertamenti al Beilinson Hospital, dove è arrivato anche un ragazzo ferito insieme alla madre non udente mentre cercava di svegliarla durante l’allarme. Non sono riusciti a raggiungere in tempo un rifugio, riporta la testata Walla. Il giovane è in condizioni serie ed è in cura presso lo Schneider Children’s Medical Center.
Nelle ore successive si sono susseguiti almeno sette lanci, a distanza di circa mezz’ora l’uno dall’altro. Alcuni missili sono stati intercettati, altri hanno disperso schegge su aree abitate, danneggiando edifici e causando feriti. I vigili del fuoco hanno segnalato quattro punti di impatto, uno dei quali nelle vicinanze di una sede dell’ambasciata statunitense a Tel Aviv. A Rishon LeZion un bambino di 6 anni è rimasto ferito mentre correva verso un rifugio, investito da un’auto nel caos dell’allarme.
«In Israele siamo in guerra per le nostre vite, per la nostra libertà e anche per la libertà del mondo», ha affermato il presidente israeliano Isaac Herzog in un messaggio alla Diaspora, diffuso alla vigilia di Pesach. Richiamando il significato della festività, Herzog ha invitato a trovare forza nella tradizione e nella memoria collettiva: «La nostra è una storia di resilienza che ci ha sempre sostenuto e continuerà a farlo in futuro».
«La saggezza della nostra tradizione ci aiuta a ricordare qualcosa di più grande», ha aggiunto, spiegando che proprio nei momenti più difficili «ci permette di guardare con occhi aperti al dolore e alle difficoltà e ad alzare lo sguardo verso ciò che ci attende». Un invito, ha concluso il capo dello stato, a restare uniti «come un unico popolo, Am Echad», e a continuare a credere in «giorni di sicurezza, benessere e pace» per Israele, per il popolo ebraico e per il mondo.
Un richiamo simile è arrivato dal capo di stato maggiore delle Idf, Eyal Zamir, che in una lettera ai soldati ha collegato direttamente il presente alla memoria dell’Esodo: «Vi guardo e vedo una generazione che prosegue quel cammino iniziato allora». «La lotta per la nostra sicurezza e libertà è una lotta continua», ha aggiunto, parlando di sacrificio e responsabilità alla vigilia della festa.
L’opinione pubblica israeliana e la guerra
Il sostegno dell’opinione pubblica al conflitto con l’Iran, arrivato al trentatreesimo giorno, resta ampio, sebbene emergano i primi segnali di cedimento. La maggioranza degli israeliani continua a considerare la guerra necessaria, ma con un consenso meno compatto rispetto alle prime settimane.
Secondo un sondaggio dell’Institute for National Security Studies (INSS) condotto a fine marzo, il 45,5% degli israeliani sostiene che la guerra debba continuare fino al rovesciamento del regime iraniano, in calo rispetto al 63% registrato all’inizio del conflitto. Cresce il sostegno a posizioni più caute: il 30% è favorevole a un cessate il fuoco dopo aver inflitto il massimo danno militare (era il 16% a inizio marzo), mentre il 19% chiede uno stop il prima possibile (nel precedente sondaggio era il 15%). Aumenta anche lo scetticismo sui risultati dell’operazione militare: se a inizio conflitto il 69% degli israeliani riteneva che il regime iraniano sarebbe stato danneggiato in modo rilevante, oggi questa percentuale è scesa al 43,5%. Al contrario, il 48% pensa che il danno sarà limitato o nullo.
Anche sul fronte settentrionale, nella guerra contro Hezbollah, l’opinione pubblica israeliana appare frammentata, in particolare sulla fattibilità degli obiettivi bellici a lungo termine. Secondo la rilevazione dell’INSS, il Paese si spacca quasi a metà sulla possibilità di disarmare definitivamente Hezbollah: per 46% degli intervistati l’obiettivo è raggiungibile, il 43% si dichiara pessimista, con un restante 11% che non si esprime.