MODA – Dal padre deportato ad Auschwitz alla rivoluzione del denim, addio ad Adriano Goldschmied 

Di notte, sotto la sorveglianza dei carabinieri, l’antifascista Livio Goldschmied poté uscire per pochi minuti, forse meno. Il tempo di vedere il figlio appena nato, il 29 novembre 1943 a Ivrea. Lo avevano chiamato Adriano, come Olivetti: un tributo all’imprenditore a cui Livio era profondamente legato e che avrebbe cercato fino all’ultimo di aiutare la moglie, Sofia Arvanitis, a liberarlo. «Quello in carcere fu l’unico incontro tra mio fratello e mio padre», racconta a Pagine Ebraiche la sorella Diana Goldschmied, di due anni più grande.
Quel ricordo riaffiora mentre la famiglia si appresta a dare l’ultimo saluto ad Adriano Goldschmied, morto lunedì a 82 anni, figura chiave della moda contemporanea e tra i principali artefici della trasformazione del denim in linguaggio globale dello stile. «Mio fratello, come mio padre, era dotato di una grande intelligenza e di intuizioni straordinarie. Lui però della storia familiare non voleva parlare, anche se penso che la memoria lavorasse dentro di lui».
Il padre Livio, ebreo triestino di origine ungherese, si era rifugiato nei boschi del Canavese dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando la zona era ormai sotto occupazione tedesca e la caccia agli ebrei era diventata sistematica. La famiglia si trovava nelle vicinanze, ma separata da lui. Una denuncia, forse di una levatrice, rivelò il suo nascondiglio. Arrestato il 29 febbraio 1944 a Vico Canavese, venne portato nel carcere di Ivrea. «Mia madre tentò in tutti i modi di salvarlo», racconta Diana. «Grazie agli Olivetti fu seguita da un avvocato che la accompagnò nei comandi tedeschi del Nord Italia. Andò più volte, cercando di ottenere la liberazione, usando anche la carta del matrimonio misto». Con ostinazione era riuscita a ottenere quell’incontro in carcere per mostrare a Livio il piccolo Adriano. «Mia madre lo implorò: “Scappa, vattene via”», ricorda Diana. «E lui rispondeva in dialetto: “No posso, poveri carabinieri, se scampo mi, pensa cosa ghe capita a lori”».
Dal carcere di Ivrea Livio fu trasferito al campo di transito di Fossoli, da dove mantenne un contatto con la moglie Sofia. Lei continuerà a cercare ogni modo per salvarlo. «Miracolosamente e sempre grazie all’influenza degli Olivetti era riuscita ad avere in mano un documento di scarcerazione. Pensava davvero che fosse fatta. Ma quando arrivò a Fossoli, mio padre era partito da un paio di giorni». Il 2 agosto 1944 Livio Goldschmied fu deportato ad Auschwitz, dove fu assassinato.
Adriano crescerà senza mai conoscere il padre. «Io ho un ricordo, uno solo», racconta Diana. «Sono seduta su un prato, appoggiata a un albero, e come dentro una bolla vedo arrivare mio papà con dei giocattoli. Mi prende in braccio, mi fa saltare ridendo… e io rido con lui. È l’unica immagine che ho. Adriano, invece, non ne ha mai avuta nessuna».
Il Dopoguerra è segnato dalla perdita e dall’isolamento. La madre Sofia non trova una comunità di riferimento; i beni familiari sono stati sequestrati; i nonni muoiono nel 1948. «Ci sentivamo molto isolati», ricorda Diana. In uno stato di angoscia profonda, la madre riesce però a garantire ai figli uno spazio di libertà: li porta per lunghi periodi in montagna, in Val di Fassa. «Siamo cresciuti allo stato brado. Credo che la natura ci abbia salvati».
È in quel contesto che emergono i primi tratti del carattere di Adriano. «Aveva una marcia in più», afferma la sorella, ricordando un episodio: «Avrà avuto otto anni. In una cascina vicino a dove stavamo, i figli dei contadini costruivano cassette di legno per le mele e lui andava lì a “lavorare” con loro. Nel giro di pochissimo Adriano aveva già riorganizzato tutto: ognuno faceva una parte, come in una catena di montaggio, e alla fine le cassette uscivano molto più velocemente. Un giorno il padre di quei ragazzi fermò mia madre per strada e le disse che avrebbe dovuto pagarla per l’aiuto di Adriano. Già a quella età aveva delle piccole grandi intuizioni. In qualsiasi cosa si impegnasse, la faceva al meglio».
Negli anni, quella stessa capacità si traduce in una visione nuova del prodotto e del mercato. Il rapporto con il denim affonda, in parte, nell’immaginario del dopoguerra: «Per noi erano il vestito degli eroi», aveva raccontato Adriano in alcune interviste, riferendosi ai soldati americani. Un’immagine che Adriano avrebbe saputo trasformare in visione imprenditoriale, portando i jeans oltre la loro origine operaia e facendone un linguaggio della moda contemporanea.
«Io e Adriano abbiamo avuto vite molto separate», prosegue Diana. «Io ho ritrovato un’identità ebraica. Lui invece è andato in un’altra direzione, ma uno il passato se lo porta dentro».
Negli anni sarà proprio lei a ricostruire la storia familiare, raccogliendo documenti, fotografie, testimonianze, fino alla posa delle pietre d’inciampo davanti alla casa da cui i familiari furono deportati. «Per me è stato un dovere», conclude. «Servono a ricordare soprattutto quelli che non hanno avuto figli. In un certo senso, abbiamo dato realtà ai nostri cari, li abbiamo riportati tra di noi».

Daniel Reichel