MUSICA – Il 13 fortunato

Nel 1924 il compositore ebreo Arnold Schönberg (foto in basso) subentrò a Ferruccio Busoni quale docente di composizione presso l’Accademia Prussiana delle Arti di Berlino ma la sua nomina alla prestigiosa cattedra suscitò la furiosa reazione di Alfred Heuß, direttore della Zeitschrift für Musik il quale scrisse che «proprio ora, quando la musica tedesca sta lentamente iniziando a riprendersi, quest’uomo ha il coraggio di ricevere la massima approvazione statale per la sua eresia». Occorreva la deflagrazione in modalità giornalistica di una guerra ideologica che fantasticasse scontri epocali tra germanità ed ebraicità, e la lezione dodecafonica schönbergiana offriva un destro impressionante.
Sul rivoluzionario linguaggio musicale dodecafonico pesò negativamente la frase sferzante ed esageratamente severa del grande compositore Richard Strauss il quale disse che «Schönberg farebbe meglio a spazzare le strade» (Schönberg sollte lieber Straße fegen), il giudizio estetico di un grande esponente della tradizione tardo-romantica quale Strauss non poteva ovviamente essere differente; in realtà, la frase tradiva un approccio di categorico rifiuto della Neue Musik, un aggancio abortito della navicella dodecafonica alla stazione spaziale della tradizione classico-romantica.
Il 1° marzo 1933 Schönberg abbandonò la seduta dell’Accademia Prussiana delle Arti per protesta contro il discorso diffamatorio e antisemita del presidente dell’accademia Max von Schillings, 20 giorni dopo Schönberg depositò le proprie dimissioni. Nel pensiero schönbergiano la rivoluzione del linguaggio musicale intrapresa con la dodecafonia sarebbe dovuta durare per un secolo, invero durò meno di dieci turbolenti anni e finì troppo presto e molto male lasciandosi alle spalle vuoti cosmici nei processi di sviluppo dei linguaggi musicali e innumerevoli problematiche irrisolte.

Nel giugno 1933 Schönberg riparò a Parigi, giusto il tempo di riabbracciare ufficialmente l’ebraismo presso la sinagoga askenazita di Parigi (assimilazionista convinto, in gioventù aveva abbracciato il luteranesimo) e riparare negli Stati Uniti; l’anno precedente l’emigrazione Schönberg concepì il suo testamento universale ossia l’opera in tre atti Moshe und Aron (foto in alto) spingendo i confini del proprio linguaggio alle estreme conseguenze (l’intera opera è basata su un’unica serie dodecafonica) al punto tale da scontrarsi con il silenzio assoluto come musica che si riabbraccia in posizione fetale.
La parte musicale dell’opera copre interamente i primi due atti mentre del terzo esiste il libretto completo e alcuni abbozzi musicali; tra il 1934 e il 1937, ormai stabilitosi a Los Angeles, Schönberg tornò a metter mano al progetto e nel 1937 lavorò intensamente alla revisione del testo del terzo atto e alla stesura dettagliata di alcuni scenari ma la complessità del sistema dodecafonico applicato a una struttura così monumentale come l’opera teatrale rese il completamento estremamente faticoso.
Durante il finale del secondo atto del Moses und Aron, quando Mosè stramazza al suolo cantando “O tu parola, parola che mi manca!” (O Wort, du Wort, das mir fehlt!), Schönberg probabilmente paventò l’impossibilità di proseguire la stesura dell’opera; non si può non pensare al vero Moshe Rabbenu che era balbuziente come è scritto in Esodo 4:10 (khvead-pè u-khvead lashòn, pesante di bocca e pesante di lingua) e 6:12 (aràl sefatàyim, incirconciso di labbra), il Mosè biblico che denuncia l’impaccio della parola trasla in un Mosè schönbergiano che denuncia l’assenza della parola stessa.
Nel 1945 Schönberg, consapevole dello sforzo da compiere e frustrato da problemi di salute e difficoltà economiche (suo malgrado accettò persino di scrivere musica da film, ben pagata a Hollywood), chiese una borsa di studio alla Guggenheim Foundation al fine di completare Moses und Aron e il mastodontico oratorio ebraico Die Jakobsleiter per narratore, voci, coro e orchestra.
La Guggenheim respinse la domanda di Schönberg il quale, amareggiato e vinto dallo sconforto, lasciò incomplete le due grandi opere; cosa sarebbe stata la Storia della Musica se la Guggenheim avesse accolto la domanda di Schönberg così da permettergli di completare le due opere?
Oggi saremmo su un altro pianeta, un’altra dimensione esistenziale della musica e la dodecafonia avrebbe persino superato i 100 anni profetizzati dal suo fondatore; la stessa Storia del pensiero e della letteratura musicale ebraica sarebbe oggi radicalmente, meravigliosamente diversa.
Schönberg soffriva a livello esponenziale di triscaidecafobia ossia paura del numero 13, lo stesso titolo dell’opera Moses und Aaron (con due ‘a’ in Aaron) fu modificato in Moses und Aron dopo che si accorse che il titolo originale conteneva esattamente 13 lettere; il maestro morì a Los Angeles nel 1951 poco prima della mezzanotte…del 13 luglio, niente male per uno che temeva il numero 13.
Presso l’Oflag IIC Woldenberg l’ufficiale polacco Tadeusz Sławiński scrisse durante la prigionia Szczęściarz trzynastka (Il 13 fortunato), ciclo di racconti e canzoni illustrate per suo figlio Marek che non vedeva da anni; il ciclo musical-letterario di Sławiński è composto da 13 parti o episodi.
Presso l’Oflag IIC Woldenberg si sviluppò un’enorme attività universitaria e sportiva (i prigionieri organizzarono persino le Olimpiadi del 1944, cancellate dal CIO a causa della guerra), l’attività teatrale era allestita dal gruppo Woldenberska Trzynastka ossia La tredicina di Woldenberg; in piena guerra il più famoso cabaret polacco si trovava nell’Oflag VIIA Murnau in Germania e si chiamava Teatrzyk Trzynastka (Piccolo Teatro La Tredicina) fondato dal drammaturgo polacco Leon Schiller.
Cosa passa dal 12 che pervade vita e linguaggio musicale di Schönberg al 13 che scatena in lui le più impensabili fobie? ovviamente la musica concentrazionaria che stravolge ogni certezza e redistribuisce concetti in ordine diverso, apparentemente sparso ma in realtà con una propria logica.
La musica creata in deportazione è il reale terzo atto del Moshe und Aaron di Schönberg, con la seconda ‘a’ di Aaronrimessa al suo posto e con il 13 pieno di benedizioni come l’amore (ahavah) che nell’ebraica Gematria fa 13, l’unità (echad) che fa 13 e l’età del bar mitzvà che fa, appunto, 13.
Una volta pesante di bocca e lingua, oggi finalmente Mosè il balbuziente parla.
 
Francesco Lotoro