ANNIVERSARI – Quando Papa Wojtyla entrò in sinagoga
Era il 13 aprile 1986, una data spartiacque nella storia dei rapporti tra cristiani ed ebrei: la prima volta di un papa in una sinagoga. E quel passaggio si compie a Roma, dove tra la curiosità e l’emozione generale Karol Wojtyla varca la soglia del Tempio Maggiore, con al fianco il rabbino capo della città Elio Toaff. Cioè colui che questa visita ha immaginato, osata, organizzata. «Siete i nostri fratelli prediletti e, in un certo modo, si potrebbe dire i nostri fratelli maggiori», dichiarerà il papa in sinagoga. Una frase divenuta a suo modo iconica, anche se con interpretazioni diverse. «Mentre lui si accingeva ad entrare nella sinagoga gremita e a compiere quel gesto di riparazione che doveva ricomporre una frattura di secoli, io mi sentii schiacciare dal peso di tutto il dolore che il mio popolo aveva patito in duemila anni», confiderà in ogni caso Toaff. Suggellò l’incontro un abbraccio tra i due leader religiosi, momento fisico di sintesi di quell’appuntamento con la storia.
Anche di questo si parlerà al Museo ebraico di Roma, dove per domenica 12 aprile alle 17.30 è stata organizzata l’iniziativa “Quel giorno in sinagoga” con l’intervento dell’attuale rabbino capo Riccardo Di Segni, del presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun e dello storico cattolico Alberto Melloni. Modererà il dibattito il giornalista Marco Guerra, redattore di Vatican News. L’incontro è stato pensato per essere «non solo una commemorazione, ma una riflessione viva e attuale sul valore del dialogo interreligioso nel mondo di oggi». L’argomento sarà affrontato anche in una successiva conferenza, in programma domenica 19 aprile alle 16 presso la Sala Baldini di piazza Campitelli, promossa dall’Amicizia Ebraico-Cristiana di Roma e dalla sezione romana del Segretariato Attività Ecumeniche. Di “un cammino da custodire e sviluppare” parleranno il rabbino Ariel Di Porto, coordinatore per l’Italia del programma The Jewish Ambassador e assessore all’Educazione e alla Scuola dell’Ucei; il direttore del Centro Cardinal Bea per gli Studi Giudaici della Pontificia Università Gregoriana, Massimo Gargiulo, la rappresentante dell’American Jewish Commitee in Italia e presso la Santa Sede, Lisa Palmieri Billig, e il giornalista esperto di tematiche religiose Riccardo Maccioni.
Profondo conoscitore dei rapporti tra la Chiesa e l’ebraismo, Melloni ricorda con Pagine Ebraiche il ruolo fondamentale svolto da Toaff, il quale «fu particolarmente audace nel rivolgere il suo invito, in un momento in cui si presentavano varie criticità: scommise su Wojtyla e quella scommessa fu vinta». La visita avvenne pochi anni dopo le tensioni innescate dalla prima guerra del Libano e l’attentato palestinese alla sinagoga del 9 ottobre 1982 in cui aveva perso la vita il piccolo Stefano Gaj Taché e 40 persone erano rimaste ferite, alcune in modo grave. Lo stesso Wojtyla, il 13 maggio 1981, aveva subito un attentato in piazza San Pietro per mano del terrorista turco Mehmet Ali Ağca. L’incontro tra ebrei e cristiani al Tempio Maggiore maturò in quello che Melloni definisce «un clima di forte consapevolezza» del messaggio innescato dalla dichiarazione Nostra Aetate del 1965, ma anche di «attesa» per come il papa polacco avrebbe definito gli ebrei. «Anni prima papa Giovanni XXIII aveva optato per la locuzione “correligionari di Gesù”, piuttosto originale nel suo genere. La scelta del “fratelli maggiori” da parte di Wojtyla, per chiunque abbia dimestichezza con le vicende del testo biblico, può apparire problematica. Anche se Toaff fu il primo a essere indulgente, tanto da riportarla nel titolo della sua autobiografia».
Il 13 aprile 1986 mise in moto molte speranze. E fece forse illudere qualcuno che i problemi fossero finiti, che tutta una storia di incomprensioni fosse alle spalle. «La verità è che la Nostra Aetate non è stata, come alcuni speravano, la rottura di un vaso di cristallo ma il tirare un elastico», sottolinea Melloni. E quindi «quel processo va rinnovato in ogni generazione, con pazienza, perché la massa gravitazionale dell’antisemitismo di matrice cristiana è molto grande». Nel fare ciò, per Melloni, bisogna ricordarsi che «il dialogo tra ebrei e cristiani non è né potrà mai essere simmetrico, perché mentre un ebreo può pensarsi senza il cristianesimo, il cristianesimo non può fare lo stesso». La profondità del problema è misurata dallo studioso anche in relazione al conflitto in Medio Oriente, con la rideclinazione di antiche accuse e metodi “risolutivi” in ambienti anche in apparenza molto distanti dalla Chiesa e dalla religione. Lo si è visto a suo dire in molte piazze della protesta anti-Israele, «nell’accusa del deicidio oggi sostituita dall’accusa del genocidio e nella richiesta di abiura sulla falsariga un tempo della conversione, mentre l’accusa del sangue è rimasta la stessa; se gli Usa uccidono per sbaglio delle studentesse in un bombardamento è un tragico errore, mentre se lo stesso errore lo compiono gli israeliani a Gaza la lettura è diversa».
Abbiamo chiesto un pensiero sul 40esimo anniversario della visita in sinagoga di Wojtyla anche a Yaron Sideman, l’ambasciatore d’Israele presso la Santa Sede. «Le relazioni tra la Santa Sede e Israele sono strettamente connesse alle relazioni tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico. Il pontificato di papa Giovanni Paolo II dimostra chiaramente questo legame», afferma il diplomatico. «Giovanni Paolo II fu il primo papa a visitare una sinagoga e fu durante il suo pontificato che, sette anni dopo quel gesto di grande importanza, si instaurarono le relazioni diplomatiche». Sideman aggiunge che «a ulteriore dimostrazione del forte legame tra i due eventi» non va dimenticato «il fermo messaggio» contro l’antisemitismo pronunciato dal papa 40 anni fa, un messaggio «che si tradusse in un impegno ribadito anche nell’accordo fondamentale: Giovanni Paolo II ha guidato la Chiesa cattolica verso migliori relazioni sia con il popolo ebraico sia con lo Stato ebraico».
Nei complessi rapporti tra Israele e Vaticano non sono mancati, negli ultimi anni, momenti di tensione e frattura. Domandiamo all’ambasciatore se sia fiducioso sul fatto che possano essere risolti. «La vera prova di qualsiasi relazione è la sua capacità di gestire e risolvere le divergenze e le incomprensioni», risponde Sideman. «Nella misura in cui tali questioni esistono, credo che siano state affrontate finora con il rispetto e la dignità che si addicono a un’amicizia: oggi Israele è impegnato in una campagna per proteggere quei valori giudaico-cristiani cari sia agli ebrei sia ai cristiani». Per l’ambasciatore, quindi, «non ci dovrebbero essere incomprensioni» sulla valutazione degli eventi recenti, «ma piuttosto una posizione decisa da parte di coloro che lottano per salvaguardare il nostro patrimonio e i valori comuni». È verosimile una visita del papa Leone XIV in Israele in futuro? «Il papa ha ricevuto un invito e sarà il benvenuto in qualsiasi momento scelga di farlo», osserva Sideman. «Quando lo farà, troverà in Israele una comunità cristiana fiera, prospera e di successo».
Adam Smulevich
(Nell’immagine: Karol Wojtyla e il rabbino Elio Toaff durate la visita che il papa fece al Tempio Maggiore di Roma, il 13 aprile 1986)