ISRAELE – No alla tregua con Hezbollah, sì al dialogo con Beirut
Non c’è un cessate il fuoco con Hezbollah», ha dichiarato giovedì sera il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu. Poche ore dopo, il capo delle forze armate Eyal Zamir lo ha ribadito dalla periferia di Bint Jbeil, nel sud del Libano, dove gli scontri con i terroristi di Hezbollah sono intensi: «Le Idf continuano a combattere qui in Libano e a rimuovere la minaccia diretta contro le comunità del nord», ha affermato. «I risultati della guerra finora sono storici. L’Iran non è più lo stesso: è molto più debole», ha proseguito Zamir, sottolineando come il colpo subito da Teheran stia incidendo direttamente su Hezbollah: «Il gruppo comprende di essere ora isolato. Questo è un risultato significativo».
Ma le minacce contro il nord d’Israele continuano: a Kiryat Shmona, a due chilometri dal confine con il Libano, in meno di 24 ore le sirene sono suonate cinque volte, tra attacchi con missili anticarro e infiltrazioni di droni. Gli allarmi hanno interessato anche le località circostanti, lungo tutta la linea di confine settentrionale. Una scuola della città araba di Deir al-Asad, in Galilea, è stata danneggiata da un razzo: l’edificio era vuoto al momento dell’impatto proprio per il rischio sicurezza e non si registrano feriti.
Gli attacchi di Hezbollah si sono estesi anche più a sud: nella notte tutto il centro d’Israele è stato svegliato per l’intercettazione di un missile sopra il porto di Ashdod, a sud di Tel Aviv. Non ci sono stati feriti, ma l’episodio segna un salto nella portata delle operazioni del gruppo sostenuto dall’Iran.
Il negoziato Gerusalemme-Beirut
Se il cessate il fuoco con il Libano non c’è, un negoziato invece prende forma. Netanyahu ha dichiarato di voler avviare colloqui diretti con Beirut «il prima possibile», spiegando che «si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull’instaurazione di relazioni pacifiche».
Il Libano, attraverso il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam, insiste su una tregua preliminare, mentre Israele rifiuta di fermare le operazioni e punta a negoziare sotto il fuoco. Una distanza che riflette anche gli equilibri interni libanesi, dove Hezbollah continua a opporsi a qualsiasi trattativa diretta con Israele.
I primi contatti, secondo i media israeliani, potrebbero tenersi già nei prossimi giorni a Washington, con la mediazione americana, mentre sul terreno non si vedono segnali di de-escalation. In questo quadro, alcuni analisti israeliani invitano a sfruttare la finestra apertasi sul piano strategico. «Colloqui diretti con il Libano sono giustificati e hanno un potenziale positivo», scrive Yossi Yehoshua su ynet, sostenendo che il Paese dei Cedri «non è uno Stato radicale» e che esistono margini per sganciarsi dall’influenza iraniana. Secondo il corrispondente militare, l’indebolimento di Hezbollah e il ridimensionamento dell’Iran creano «un’opportunità reale» per separare Beirut da Teheran anche sul piano diplomatico. «Un’azione militare decisiva accanto a una diplomazia condotta da una posizione di forza è il modello giusto», sostiene Yehoshua, ricordando però che «le organizzazioni terroristiche non possono essere completamente smantellate, ma si può creare una realtà migliore». In questa prospettiva, aggiunge, il percorso negoziale «può e deve procedere anche sotto il fuoco, seppur limitato», con un duplice obiettivo: impedire a Hezbollah di ricostruire la propria capacità deterrente e, allo stesso tempo, aprire la strada a un accordo più ampio con il Libano, potenzialmente sganciato dall’asse con l’Iran.