ISRAELE – Tra tregua e incertezza, studenti di nuovo in classe
La comunicazione è arrivata solo la sera di mercoledì, mentre il fragile cessate il fuoco tra Usa, Israele e Iran prendeva forma. Poche righe dalle autorità locali e dalle scuole: il giorno dopo si tornava in classe, orario posticipato alle dieci. La festa di Pesach si stava concludendo e a casa Barki, a Tel Aviv, i ragazzi stavano ancora mettendo via le stoviglie della festa. «Tra i miei figli c’è stato un po’ il panico», racconta Raphael Barki, già presidente del Comites di Tel Aviv. «Anche perché la notte prima avevamo avuto tre allarmi, avevamo dormito poco ed eravamo esausti». La notizia della riapertura si è inserita nella ritualità della conclusione della festività di Pesach. «Per chi osserva la tradizione ebraica», spiega Raphael, «la fine di Pesach non è immediata: durante la festa si usano utensili e alimenti separati, senza lieviti, e alla fine bisogna riordinare tutto, pulire la cucina e riorganizzarla prima di poter tornare al cibo “normale”». Poi aggiunge: «Una cosa si è sovrapposta all’altra ed è stata una serata intensa». La figlia più piccola, 13 anni, ha avuto una crisi di pianto alla notizia del rientro in classe. «I ragazzi qui sono molto responsabilizzati. Si preparano da soli la merenda, a volte anche il pranzo. Ma con il frigo mezzo vuoto e l’incertezza degli allarmi era tutto più pesante». Nella notte, un nuovo allarme ha svegliato la famiglia: un razzo lanciato dal Libano è stato intercettato nei pressi di Ashdod. «Se l’Iran ha smesso, da nord continuano a sparare».
Il giorno dopo si è tornati a scuola. «I miei figli avrebbero voluto essere accompagnati, ma io e mia moglie lavoriamo e non riuscivamo». Il rientro è stato però positivo. «Entrambi erano contenti di rivedere gli amici. Non è stata una giornata di studio vera e propria: l’obiettivo era rompere la routine della guerra». Una rottura che non è stata indolore. «Ha provocato una certa crisi emotiva, anche tra gli insegnanti. Nessuno voleva rientrare con un preavviso così breve e con il rischio di nuovi attacchi».
Accanto a Raphael, c’è il figlio Asher, 16 anni. «Non ero entusiasta di tornare però sono andato». La sua scuola porta i segni della guerra. «Era stata danneggiata da frammenti di un missile iraniano intercettato, si erano rotti tutti i vetri della palestra», spiega il padre. «Hanno sistemato tutto, ma nei dintorni si vedono ancora i segni dell’attacco».
Asher frequenta una scuola di circa 400 studenti tra medie e liceo. «Il miklat, il rifugio, è troppo piccolo», racconta. In caso di allarme, la maggior parte dei ragazzi viene dirottata in palestra, la stessa con le finestre rotte. «Sapere che potresti dover correre proprio lì non è il massimo», osserva il padre. In classe, il primo giorno è stato per lo più di ambientamento. «Ci hanno chiesto come avevamo passato il Seder», prosegue Asher. «C’erano parecchi studenti assenti, ma l’atmosfera era tranquilla. Non c’era paura; certo non sembrava di essere tornati a far lezione».
Il ritorno alla normalità, per ora, è questo: presente ma incompleto. Anche sul piano organizzativo molto resta in sospeso. «Si era parlato di allungare l’anno scolastico, magari in estate», afferma Raphael. «Ma l’idea è stata scartata». Le classi più in difficoltà sono quelle della maturità, distribuita sugli ultimi due anni. «Per loro si pensava a orari diversi, per evitare gli spostamenti nei momenti più rischiosi».
Dalla prossima settimana si tornerà a un orario regolare «a meno di sorprese». Perché, nonostante la riapertura, la guerra non è davvero finita. «Il nord è ancora sotto attacco. Anche stanotte hanno colpito Haifa e Kiryat Shmona», sottolinea Raphael. «Io domenica torno in ufficio in presenza. Immagino che lo stesso valga per le scuole, ma tutto dipende da quello che succederà al confine con il Libano e se reggerà il cessate il fuoco con l’Iran».
Daniel Reichel
(Nell’immagine, la riapertura il 9 aprile della scuola Haviv, a Rishon LeZion, nel centro d’Israele, colpita da un missile iraniano lo scorso 20 marzo)