A cosa serve la stampa?

Il 31 marzo del 2026, dunque molto di recente, Il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti ha approvato una mozione per avvalersi della Jerusalem Declaration on Antisemitism. La JDA si distingue dalla definizione di lavoro sull’antisemitismo elaborata dall’IHRA – adottata quest’ultima da una lunga serie di Paesi occidentali fra i quali l’Italia sotto il governo Conte II – «per affrontare», scrivono i suoi estensori, «quella che è diventata una sfida crescente: fornire una guida chiara per identificare e combattere l’antisemitismo proteggendo al contempo la libera espressione». Sia chiaro, la JDA non nasce in parallelo alla definizione dell’IHRA ma è stata scritta proprio perché la «definizione IHRA è poco chiara su aspetti chiave e ampiamente aperta a diverse interpretazioni, ha causato confusione e generato controversie, indebolendo così la lotta contro l’antisemitismo». In soldoni, la definizione dell’IHRA soffocherebbe la libertà di espressione perché tenderebbe ad accusare di antisemitismo gran parte delle legittime critiche al governo di Israele o al sionismo. È inutile qua entrare nel dibattito sull’utilità di tutelare il diritto di chi contesta non una ideologia ma un fiume secolare di idee sull’aspirazione degli ebrei a darsi un proprio Stato, un fiume con affluenti religiosi, culturali, socialisti, collettivisti, pacifisti, nazionalisti e financo agricoli. Se qualcuno  sente il bisogno di delegittimare Israele si accomodi, siamo in democrazia. 

Resta da vedere però se l’Ordine dei giornalisti, ente pubblico italiano istituito nel 1963 e figlio (o nipote) dell’Albo dei giornalisti voluto da Benito Mussolini nel 1925, darà seguito alla propria decisione del 31 marzo quando, adottando la JDA, spiegava di avere «a cuore la lotta all’antisemitismo come quella contro ogni altra forma di razzismo e di discriminazione». E chissà se l’OdG ha preso visione dell’ultima copertina dell’Espresso, un festival dello stereotipo cui un soldato israeliano ritratto come brutto e cattivo – con la prima aggravante di portare alle tempie le pe’ot, i boccoli che alcuni ebrei ortodossi si lasciano crescere, e con la seconda, peggiore, aggravante di indossare un’uniforme delle Israeli Defense Forces – ghigna, o forse raglia, mentre davanti a lui sfila una donna araba, composta, ben truccata, il velo sui capelli, lo sguardo sofferente puntato a terra. Una foto a tesi, di forte impatto, dove il buono è la vittima e il cattivo l’oppressore, e soprattutto molto ebreo.

Una fiera dello stereotipo dove il malvagio ebreo maschio ortodosso (ma non c’era un dibattito in corso in Israele sulla loro bassa partecipazione alle forze armate?) umilia una povera donna musulmana. Nel titolo sotto c’è tutto il Medio Oriente: Gaza, Cisgiordania, Siria, Libano e ovviamente l’Iran. Possibile che per raccontare un’intera regione in fiamme l’Espresso non trovi di meglio che il ghigno di un soldato israeliano? Qual è dunque lo scopo ultimo di questa copertina: informare o indottrinare?

Aspettiamo di vedere se la JDA verrà applicata. I colleghi dell’OdG non dovranno affaticarsi. Traduciamo qua di seguito il punto 1 della definizione di freschissima adozione.

1.             È razzista essenzializzare (considerare un tratto caratteriale come intrinseco) o formulare generalizzazioni negative di massa su una determinata popolazione. Ciò che vale per il razzismo in generale vale anche per l’antisemitismo in particolare.

Daniel Mosseri