SOCIETÀ – Una cultura che non glorifica la guerra
Benjamin Singer, filosofo e insegnante, propone su Tenoua una lettura della guerra che si colloca nella linea di pensiero ebraica secondo la quale il conflitto armato è una forma di culto pagano. L’idea centrale è che la guerra funziona come un rituale collettivo nel quale una società accetta di sacrificare i propri figli, attribuendo a questo sacrificio un significato superiore, politico o religioso, capace di renderlo sopportabile e perfino giustificabile. In questa prospettiva, la guerra appare come un dispositivo simbolico che trasforma la morte dei giovani in un’offerta, in un gesto carico di senso, in una liturgia civile. Singer osserva che diversi pensatori e testi della tradizione ebraica hanno guardato con sospetto a questa sacralizzazione della guerra, interpretandola come una regressione verso forme di religiosità arcaica, fondate sul sacrificio umano. Il riferimento implicito è al rifiuto dei culti in cui si offrivano i figli alle divinità, e alla costruzione di una visione religiosa in cui Dio non chiede la morte dell’uomo, ma la sua responsabilità morale. In questo quadro, la legatura di Isacco diventa racconto paradigmatico: non il modello del sacrificio, ma quello della sua interruzione, il momento in cui il gesto sacrificale viene fermato e sostituito da qualcos’altro.
La tradizione ebraica, letta in questa chiave, appare allora come un lungo processo di desacralizzazione della violenza, un tentativo di sottrarre la morte alla sfera del sacro e di impedire che venga nobilitata da un linguaggio religioso o nazionale. Singer insiste sul fatto che ogni società in guerra tende invece a costruire narrazioni che rendano accettabile la perdita dei figli, trasformando la loro morte in destino, necessità o missione. È proprio questo il meccanismo che alcuni pensatori ebrei hanno cercato di smascherare, mostrando come dietro la retorica dell’onore, della patria o della fede si nasconda spesso una struttura più antica, quella del sacrificio umano. Dire che la guerra è un culto pagano significa allora rifiutare l’idea che la violenza possa essere santificata, e significa anche interrogarsi sul linguaggio con cui le società raccontano la guerra e i propri morti. In questa riflessione non c’è una teoria politica della guerra, ma piuttosto una critica del modo in cui gli uomini le attribuiscono significato. La questione diventa quindi non solo perché si combatte, ma quale racconto rende possibile continuare a combattere, e quale immagine della morte permette a una comunità di accettare la perdita dei propri figli. In questo senso, la tradizione ebraica offre, secondo Singer, una memoria alternativa: quella di una religione che, invece di glorificare il sacrificio, ha cercato di limitarlo, di spostarlo, di impedirne il ritorno sotto nuove forme. La guerra, letta attraverso questa lente, non è soltanto una tragedia storica o politica, ma una tentazione religiosa permanente, la tentazione di dare alla morte un senso assoluto, e quindi di renderla accettabile. Ed è contro questa tentazione – spiega – che si costruisce nel tempo lungo della tradizione una parte essenziale del pensiero ebraico.