ANTISEMITISMO – Il report annuale della Tel Aviv University traccia un profilo dei responsabili

Per quanto riguarda l’antisemitismo, il 2025 è stato l’anno più letale in tre decenni. Il dato è fotografato nel rapporto annuale sull’odio antiebraico realizzato dall’Università di Tel Aviv (Tau) e diffuso come ogni anno alla vigilia di Yom haShoah. E se la situazione preoccupa a livello globale, c’è allarme soprattutto per due Paesi. Si tratta del Canada e dell’Australia, dove si è verificato il numero più alto di episodi mai registrato finora. Partendo naturalmente, con la sua efferatezza e con i suoi 15 morti, dalla strage terroristica perpetrata sulla spiaggia di Bondi Beach in occasione delle celebrazioni dell’ultima festa di Chanukkah.
«I dati sollevano preoccupazioni sul fatto che un elevato livello di episodi antisemiti stia diventando una realtà a cui le persone si stanno abituando», ha dichiarato il professor Uriah Shavit, coordinatore dell’approfondimento. Il quale ha anche spiegato che «il picco nel numero di incidenti è stato registrato nei mesi immediatamente successivi al 7 ottobre, dopodiché abbiamo assistito a una relativa tendenza al ribasso». Purtroppo però tale tendenza «si è arrestata nel 2025».
Il rapporto della Tau prova a tracciare un identikit dei responsabili, «perché i crimini antisemiti non sono astratti ma commessi da persone reali, prendono di mira persone reali e causano dolore reale e una delle principali lacune nella lotta contro di essi è stata la mancanza di uno studio sistematico dei profili». La Tau si è focalizzata in questo senso sui quattro Paesi con la più alta presenza ebraica dopo Israele e quindi Usa, Francia, Canada e Regno Unito. Dallo studio è emerso come gli individui incriminati per il loro coinvolgimento in episodi di antisemitismo tendano a essere lupi solitari «piuttosto che membri di reti e organizzazioni estremiste e gerarchiche che obbediscono agli ordini». Si tratta inoltre di uomini «in numero significativamente maggiore» rispetto alle donne e a caratterizzarli è «una grande diversità in termini di fasce d’età, aree di residenza ed origine etnica». Gli orientamenti ideologici sono comunque prevalentemente due: da una parte troviamo «cristiani suprematisti bianchi», dall’altra cittadini islamici che applicano l’antisemitismo «come “risposta” agli sviluppi politici in Medio Oriente». Il rapporto sottolinea anche come sia stato riscontrato, o sia stato comunque sostenuto, che un numero importante di autori di crimini antisemiti soffrisse di disturbi mentali. Al riguardo non è però chiaro «perché la loro situazione li abbia spinti ad attaccare gli ebrei risparmiando altri gruppi». Inoltre, viene spiegato, «nella maggior parte dei casi non sono disponibili informazioni attendibili sulle fonti di radicalizzazione», anche se «le fonti online hanno probabilmente giocato un ruolo essenziale».