ISRAELE – Le sirene per Yom HaShoah e quelle per la guerra
Nel 2026, Yom HaShoah si apre sotto un duplice segno: quello della memoria e quello dell’incertezza. Il tema scelto quest’anno, «La famiglia ebraica durante la Shoah», richiama la dimensione più intima della tragedia: la frattura dei legami, la perdita dei propri cari, ma anche la capacità di resistere insieme, ha spiegato lo Yad Vashem di Gerusalemme. Sulle commemorazioni grava però l’ombra del conflitto: in Libano contro Hezbollah le Idf continuano a combattere ma si preparano anche a possibili nuovi attacchi dall’Iran. Lo ha ricordato il primo ministro Benjamin Netanyahu, atteso alla cerimonia dello Yad Vashem. «L’intesa con Teheran potrebbe cambiare da un momento all’altro». Secondo il premier, Washington non può tollerare le violazioni iraniane degli accordi e resta determinata a impedire qualsiasi arricchimento nucleare del regime degli ayatollah. «Il livello di coordinamento con gli Stati Uniti non ha precedenti nella storia di Israele e del popolo ebraico», ha aggiunto Netanyahu, respingendo le voci di una frattura tra i due alleati.
Il Paese si appresta dunque a commemorare le vittime della Shoah con il rischio concreto di nuovi allarmi antimissile. Martedì mattina, alle 10 in punto, risuonerà un’altra sirena: due minuti in cui le auto si arresteranno sulle strade e le persone si fermeranno ovunque si trovino, in silenzio, per ricordare.
La sera precedente allo Yad Vashem, sei sopravvissuti accenderanno le fiaccole. Ognuno di loro porta una storia, fatta di separazioni, nascondigli, deportazioni, perdita e resistenza. In comune hanno un’infanzia spezzata dalla guerra e la capacità, dopo la Shoah, di ricostruirsi una vita in Israele.
Le storie dei sei sopravvissuti
Saadia Bahat, nato nel 1928, deportato nei campi di lavoro in Estonia, fu costretto a lavori durissimi tra paludi e gelo, abbattendo alberi e posando binari ferroviari senza abiti adeguati e in condizioni di fame estrema. Durante le marce verso i luoghi di lavoro molti prigionieri venivano uccisi. Quando le scarpe gli si distrussero, camminò scalzo nella neve. Sopravvisse a numerose selezioni e fu poi trasferito nel campo di Stutthof, dove fu tra i pochi bambini risparmiati. In seguito affrontò una marcia della morte, si ammalò di tifo e venne abbandonato, fino alla liberazione da parte dell’Armata Rossa: «Dal momento in cui ci liberarono, capii che dovevo ricostruire per me e per chi non c’era più».
Miriam Bar Lev, nata nel 1936, indossava da bambina ad Amsterdam la stella gialla senza comprenderne il significato, mentre attorno a lei iniziavano le deportazioni. Arrestata con la famiglia, fu deportata prima a Westerbork e poi a Bergen-Belsen, dove fu separata dal padre, che morì nel campo. Costretta a vivere tra fame, freddo e malattie, trascorreva ore interminabili durante gli appelli mentre i prigionieri crollavano attorno a lei. Nel 1945 fu caricata con la madre sul cosiddetto “treno perduto”, un viaggio di due settimane in carri bestiame segnato da bombardamenti e tifo: «Pensavo fosse la fine per noi». Liberata dall’Armata Rossa, tornò ad Amsterdam e poco dopo emigrò in Israele, dove si stabilì in un kibbutz, prestò servizio nelle forze armate e lavorò per decenni come infermiera.
Ilana Fallach, nata nel 1937, fu deportata con la famiglia nel campo di Giado, in Libia, dopo un viaggio estenuante in un camion per bestiame durante il quale perse una sorella, morta lungo la strada e sepolta senza una tomba conosciuta. Nel campo, fame, malattie e condizioni igieniche disumane decimarono i prigionieri; il cibo era scarso e spesso avariato. Da bambina scambiava gioielli per ottenere cibo arrampicandosi alla recinzione, finché un soldato la colpì e le ruppe una gamba. Sopravvisse a un’epidemia di tifo che portò via un’altra sorella. Dopo la liberazione e il ritorno a Bengasi, la famiglia fu costretta a fuggire nuovamente a causa dei pogrom antisemiti dei concittadini arabi, fino all’emigrazione in Israele nel 1949, dove Ilana aprì un salone di parrucchiera, dedicandosi anche alla testimonianza della Shoah degli ebrei libici.
Moshe Harari, nato nel 1934 nel villaggio di Paprotnia, in Polonia, da bambino fu costretto a fuggire nel bosco con la famiglia per sfuggire alle retate naziste. Dopo mesi trascorsi a spostarsi tra nascondigli, visse con genitori e fratelli a lungo presso un contadino polacco, prima nella soffitta di un fienile e poi in una fossa scavata sotto il pavimento di un granaio, dove potevano solo stare sdraiati o accovacciati, parlando sottovoce per non essere scoperti. Le condizioni erano estreme, tra fame e infestazioni di pidocchi. Dopo la guerra arrivò il momento in cui lui e i suoi familiari dovettero reimparare a stare in piedi, a camminare e a parlare a voce normale, dopo anni trascorsi a sussurrare.
Dopo la liberazione, la famiglia affrontò nuove violenze antisemite in Polonia e raggiunse un campo per sfollati in Germania, da cui emigrò in Israele. Qui Moshe costruì la propria vita e lavorò per decenni nell’industria militare israeliana.
Avigdor Neumann, nato nel 1931, arrivò ad Auschwitz a tredici anni, separato subito dalla famiglia all’arrivo a Birkenau e assegnato al settore maschile, mentre la madre e le sorelle venivano mandate altrove. Riuscì a salvarsi dichiarando di avere 15 anni davanti al famigerato medico nazista Josef Mengele per superare la selezione, mentre gran parte dei suoi familiari veniva uccisa. Nel campo scoprì che una delle sorelle maggiori era ancora viva: i due si intravedevano a distanza, separati dalle recinzioni tra le sezioni maschili e femminili. Un giorno, riuscendo ad avvicinarsi abbastanza da farsi sentire, Avigdor le gridò: «Oggi compio tredici anni: è il mio Bar Mitzvah».
Il giovane sopravvisse a più selezioni e a una marcia della morte verso Mauthausen e Gunskirchen. «Dal momento in cui mi tatuarono un numero, non avevo più un nome», ha raccontato. Dopo la guerra riuscì a riunirsi con la sorella sopravvissuta: insieme intrapresero il viaggio verso Eretz Israel (Palestina mandataria), dove avrebbero ricostruito la loro vita.
Michael Sidko, nato nel 1936 a Kiev, sopravvisse alla strage nazista di Babi Yar, dove da bambino assistette all’uccisione della madre e dei fratelli dopo essere stato separato da loro. Fuggì con il fratello maggiore Grisha, che si prese cura di lui durante la fuga, assicurandosi che avesse cibo e vestiti. I due vissero nascosti, spostandosi continuamente tra rifugi di fortuna per evitare la cattura, e furono anche arrestati dalla Gestapo, riuscendo però a salvarsi convincendo i nazisti di non essere ebrei. Decisivo fu il coraggio di una donna ucraina che li nascose e li dichiarò suoi figli, proteggendoli e permettendo loro di sopravvivere fino alla fine della guerra. Finito il conflitto, Michael riuscì a riunirsi con il padre, prestò servizio nell’Armata Rossa e divenne ingegnere. Molti anni dopo, nel 2000, è emigrato in Israele con la sua famiglia.
(Nell’immagine, il presidente d’Israele Isaac Herzog incontra i sopravvissuti che accenderanno le fiaccole a Yad Vashem)