SANITÀ – Da Gerusalemme a Milano, il modello ALYN tra guerra, cura e innovazione pediatrica

«In ebraico esiste una parola, davka, che è difficile da tradurre. Significa più o meno: nonostante tutto continuiamo, non molliamo, andiamo avanti». La pediatra Maurit Beeri la usa per descrivere gli ultimi tre anni dell’ospedale che dirige, l’ALYN di Gerusalemme, centro pediatrico di riabilitazione: tre anni di guerra a Gaza, di notti svegliate dagli allarmi, di missili iraniani e di pazienti che non possono aspettare che tutto finisca per curarsi. Giovedì 16 aprile, Beeri e Arie Melamed-Yekel, direttore di ALYNnovation – il polo dedicato all’innovazione tecnologica dell’ospedale – saranno a Milano allo Step, ospiti dell’associazione Amici di ALYN, per raccontare come uno dei principali centri pediatrici di riabilitazione del mondo continui a operare in tempo di guerra, tra nuove tecnologie, tecniche di recupero e un approccio alla cura che mette al centro il bambino e la sua famiglia. “Il futuro dei bambini è oggi” sarà il titolo della serata.
A Pagine Ebraiche raccontano entrambi di come nonostante la minaccia iraniana l’impegno di ALYN non si è mai fermato. «I bambini hanno bisogno di cure immediate. Se avessimo aspettato la fine della guerra sarebbe stato troppo tardi per molti di loro e le loro disabilità sarebbero peggiorate», osserva Beeri. Per questo ALYN ha adattato il proprio funzionamento: terapie trasferite nei rifugi sotterranei, attività convertite a distanza, spostamenti continui in base agli allarmi. «È un modo folle di vivere ogni giorno», riconosce Beeri, «ma siamo riusciti a garantire circa il 90 per cento dei trattamenti».
La cura non si limita alla dimensione clinica. All’interno dell’ospedale la routine quotidiana prova a restituire ai piccoli pazienti uno spazio di normalità: scuola, attività ludiche, momenti condivisi. «I bambini che partecipano, che giocano insieme, diventano più resilienti», sottolinea Beeri, ricordando anche il supporto offerto alle famiglie e allo stesso personale, chiamato a lavorare mentre vive in prima persona le conseguenze del conflitto.
La serata milanese sarà anche l’occasione per entrare nel cuore dell’approccio che caratterizza ALYN. «Non guardiamo solo alla malattia o alla disabilità», chiarisce Beeri. «Vediamo il bambino e la sua famiglia come un’unità. Il nostro obiettivo è che torni a scuola, alla sua vita». Un percorso che può passare dal recupero delle funzioni motorie, ma anche dall’uso di strumenti compensativi e soluzioni personalizzate. Quando una tecnologia non esiste, viene progettata e realizzata direttamente all’interno dell’ospedale, in collaborazione con ingegneri e partner esterni.
È il terreno su cui lavora ALYNnovation, guidato da Melamed-Yekel. «Si tratta di due approcci diversi ma complementari. Da un lato strumenti che puntano a recuperare capacità perdute, dall’altro dispositivi che permettono di compensarle», spiega il direttore del polo tecnologico. Tra gli esempi concreti, i simulatori che consentono a bambini molto piccoli di imparare a usare una carrozzina elettrica, anticipando di anni l’accesso a questi ausili. Negli ultimi mesi, la situazione di guerra ha rappresentato anche un banco di prova inatteso. «Abbiamo imparato in poche settimane più di quanto avremmo imparato in un anno», osserva Melamed-Yekel, riferendosi ai sistemi di monitoraggio remoto dei parametri vitali, testati in emergenza e poi ripensati sulla base dell’esperienza sul campo.
Accanto alla ricerca resta centrale la rete di relazioni. ALYN collabora con centri italiani di riabilitazione pediatrica, un legame che si riflette anche nel sostegno concreto all’ospedale. «Non potremmo fare nulla senza le associazioni che ci supportano», sottolinea Beeri. «Per fare davvero la differenza serve andare oltre ciò che il sistema sanitario israeliano può garantire». E conclude: «Se potessi prendere tutti i ragazzi passati dal nostro ospedale, ognuno porterebbe nello zaino una piccola bandiera tricolore, perché in ciascuna di queste storie c’è anche il contributo degli amici italiani».

d.r.