YOM HASHOAH – A Roma commemorazione al Tempio e sirena in “piazza”
La sirena per Yom Ha Shoah Ve Ha-Gvurà (il “Giorno della Shoah e dell’eroismo”, nella data ebraica del 27 Nissan che ricorda l’insurrezione del Ghetto di Varsavia della primavera del 1943) è risuonata anche quest’anno nel cuore del quartiere ebraico di Roma, negli stessi istanti in cui tutta Israele si fermava per l’annuale raccoglimento in ricordo delle vittime della persecuzione nazifascista. La commemorazione nella capitale si è aperta con una cerimonia lunedì sera al Tempio Maggiore, introdotta dal vicepresidente vicario e assessore ai Rapporti istituzionali della Comunità ebraica Alessandro Luzon.

«Ricordiamo le famiglie spezzate, le comunità cancellate, le sinagoghe distrutte. Ricordiamo Roma, il 16 ottobre, i treni che partivano e non tornavano. E ricordiamo che tutto questo è stato possibile non soltanto per l’odio, ma per l’indifferenza», ha dichiarato il presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun. Per questo, ha proseguito Fadlun, Yom HaShoah «non è mai solo un ricordo del passato» ma «è presente» e «oggi in modo ancora più doloroso, perché dopo il 7 ottobre il popolo di Israele si è trovato ancora una volta a contare i suoi morti, a difendere il proprio diritto di esistere«. Sul tema ha riflettuto anche il rabbino capo della città, Riccardo Di Segni. Dai tempi dei profeti, ha affermato, «cerchiamo la pace tra i popoli e la fine delle violenze, ma non possiamo e dobbiamo rinunciare al diritto di esistere e di difenderci». Per il rav, «in questo nostro giorno della Memoria entrano in crisi tanti miti, come il mito dell’ebreo vittima» e «se si prova a non esserlo più ti dicono che ti stai suicidando: un bel paradosso, ma qui non è l’ebreo che muore, è la sua immagine falsata». Altri miti, per il rav, sono poi quello «dell’ebreo guerriero che per quanto per alcuni sia confortante non deve diventare l’ideale ebraico ma al massimo una necessità» e «l’universalismo umanitario astratto». Uno degli elementi salienti di Yom HaShoah è anche quella che l’ambasciatore israeliano Jonathan Peled ha definito «una verità fondamentale: nonostante tutto, il popolo ebraico ha continuato a vivere, costruire e creare». Un punto da ricordare «in momenti difficili come questo», continuando a salvaguardare al tempo stesso «la nostra unità» nella relazione tra Israele e Diaspora. Ha concluso la cerimonia l’intonazione del canto “Ani Maamin” da parte del rabbino Alberto Funaro.