MUSICA – Le grandi etichette? Un panorama libero ed eterogeneo
«L’80% del music business mondiale è in mano agli ebrei». Lo ha sostenuto Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, la settimana scorsa nel corso della conferenza stampa di presentazione del prossimo tour estivo che partirà a luglio in Italia, con una prima data zero a maggio a Mantova. Le dichiarazioni riprese da agenzie e testate nazionali sono state poi rilanciate da dozzine di profili online – sia su Instagram e Facebook (gruppo Meta) che su X. Zucchero ha citato il dato collegandolo a una presunta censura da parte degli artisti rispetto alle critiche al governo israeliano.
Due assunti non veri né corretti, come dimostrano i dati facilmente accessibili al pubblico, immagini e video dei concerti degli ultimi due anni: star internazionali della musica come Dua Lipa, Oasis, Green Day, Billie Eilish – artisti che si esibiscono ovunque facendo spesso sold-out in poche ore – hanno liberamente criticato, anche con toni molto duri, il governo di Benjamin Netanyahu o sostenuto la causa palestinese senza subire alcuna ripercussione.
Dichiarare che «l’80% del music business è in mano agli ebrei» vuol dire distorcere la realtà dell’industria musicale globale. Partiamo dalle tre major che detengono circa due terzi del mercato: Universal Music Group, Sony Music Group e Warner Music Group. Strutture globali, con assetti proprietari che attraversano Francia, Cina, Giappone, Stati Uniti. Tra i principali azionisti delle tre etichette, solo uno è di origine ebraica: Len Blavatnik, nato a Odessa, cittadino americano e britannico, controlla Warner Music Group, terza major mondiale con circa il 16% del mercato, attraverso Access Industries dal 2011.
Sotto l’ombrello delle major musicali troviamo, tra gli altri, Andrea Bocelli, Rolling Stones, U2, AC/DC, Bruce Springsteen, Madonna, Dua Lipa, Beyoncé, Oasis, Taylor Swift. Artisti che hanno nazionalità, storie, fedi e posizioni politiche tra loro molto diverse e non hanno mai nascosto le proprie simpatie o antipatie politiche nei confronti di Donald Trump o Benjamin Netanyahu.
Torniamo alle case discografiche globali, che negli ultimi 20 anni hanno vissuto un fenomeno di aggregazione dettato soprattutto dallo sviluppo tecnologico e commerciale di piattaforme come Apple Music e Spotify. Universal Music Group (UMG), prima major mondiale con circa il 34% del mercato, è quotata alla Borsa di Amsterdam e ha come azionisti principali il gruppo Bolloré, dinastia industriale francese che detiene oltre il 18% del capitale e l’80% dei diritti di voto, e Tencent Holdings, colosso tecnologico cinese con circa l’11%. È di questi giorni la notizia che UMG potrebbe passare di mano in seguito all’offerta pubblica lanciata da Bill Ackman, investitore americano di origine ebraica, che detiene attraverso Pershing Square circa il 10% delle azioni. Un’offerta da 64 miliardi di dollari per rilevare l’intera società e spostarla alla Borsa di New York: un’operazione, sottolineano diversi analisti, difficilmente realizzabile senza il consenso dei Bolloré, che controllano di fatto i diritti di voto.
Sony Music Group, seconda major con circa il 27% del mercato, è una divisione della giapponese Sony Group, quotata alla Borsa di Tokyo, guidata dal britannico Rob Stringer.
Spostandosi al settore dei concerti live, il dominio appartiene a Live Nation Entertainment, il più grande operatore mondiale di eventi dal vivo con ricavi superiori a 25 miliardi di dollari l’anno. Il suo numero uno è Michael Rapino, canadese di famiglia italiana e cattolica, che guida l’azienda dal 2005. Il secondo player è AEG Presents, fondata da Philip Frederick Anschutz, miliardario americano ottantaseienne, vicino al mondo evangelico, repubblicano.
Il silenzio sulla guerra a Gaza?
I fatti smentiscono la tesi del silenzio degli artisti su Israele e Gaza per paura.
Nel 2025 Billie Joe Armstrong dei Green Day ha indossato la bandiera palestinese sul palco del festival di Coachella in California e modificato i testi delle sue canzoni in diretta per sostenere la causa palestinese.
Billie Eilish, giovane cantante statunitense che dal 2024 è tra le sostenitrici del movimento Artists4Ceasefire e una delle artiste più ascoltate al mondo, nel luglio 2025 ha criticato pubblicamente il piano israeliano per Gaza proposto dal ministro della Difesa Israel Katz definendolo «orribile». I Fontaines DC, premiati ai Rolling Stone UK Awards 2024, hanno attaccato il governo Netanyahu dal palco. Ariana Grande che al termine di un concerto a Manchester nel maggio del 2023 è stata vittima di un attentato terrorista di matrice islamica costato la vita a 22 persone, ha inanellato sold out in tutte le date dei tours degli ultimi anni, raccogliendo fondi per la causa palestinese. Rosalía, la più grande artista Sony dell’ultimo trimestre 2025, ha preso posizione pubblica in solidarietà con il popolo palestinese dopo essere stata attaccata per il suo silenzio. Bono e Bruce Springsteen, citati da Zucchero come esempi di artisti coraggiosi, hanno entrambi criticato Netanyahu, ma anche Hamas per il massacro del 7 ottobre. Dettaglio che nei video della conferenza stampa di Zucchero non è stato condiviso con i giornalisti.
Nessuno di questi artisti ha perso il contratto. Nessuno ha visto cancellare un tour.
Esiste invece un problema diverso nel rapporto tra musica e mondo ebraico.
A novembre 2025, il Combat Antisemitism Movement ha denunciato come le principali piattaforme di streaming – Spotify, Amazon Music, Apple Music, YouTube – non intervengano per eliminare brani che glorificano la violenza contro ebrei e israeliani. Tra questi, canzoni che invocano di «globalizzare l’intifada», che celebrano i missili iraniani su Tel Aviv, che chiamano a raccolta «etero, gay e trans» per bombardare la città bianca. Alcuni di questi brani hanno raccolto milioni di ascolti. Le piattaforme dichiarano di vietare contenuti che istigano all’odio, sottolinea Combat Antisemitism Movement, ma molti di quei brani sono ancora a disposizione di tutti. Con buona pace di tutti i cantanti del mondo.
(In alto, un concerto di Billie Eilish a Utrecht; in basso, Billie Joe Armstrong dei Greenday sul palco a Groninga)