LA NOTA – David Sorani: La “guerra giusta” e le sue ambiguità

Gli inviti pressanti alla pace si susseguono ovunque in queste settimane di guerra – oggi sospesa – contro l’Iran: sui mass media, sui social, nelle conversazioni private. Anche nella sospensione della pseudo-tregua in cui ci troviamo adesso (una nuova drôle de guerre sul punto di riaccendersi in guerra piena da un momento all’altro), le crociate contro il conflitto armato sono quasi unanimi e corali. La voce più significativa e nobile è quella di papa Leone XIV, che con coraggio si contrappone, in nome di principi religiosi, allo scontro distruttivo. Rispetto ai suoi toni alti, appare rozza e offensiva la critica rivoltagli dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump.
Ciò detto, la battaglia ideologica per la pace oggi in corso – compresa quella del pontefice – si rivela generica e, tra le righe, a senso unico. Pace, pace, pace. Ma di quale pace stiamo parlando, e con quelli contenuti? Pace come silenzio delle armi (aspetto fondamentale, ma non sufficiente), non come sistema di convivenza tra popoli e di rispetto dell’altro. Pacifismo volto a sostenere in modo acritico chi è stato attaccato, prescindendo dalla sua visione teocratica e autoritaria, dal suo carattere di regime oppressivo. Qui si pone appunto una doppia domanda, che appare anche come paradossale provocazione: la guerra è sempre “il male”? E la tanto invocata “pace” intesa semplicemente come assenza di conflitto aperto è sempre “il bene”?
Il concetto di “guerra giusta” oggi è certo poco frequentato, ma esiste da secoli nella storia del pensiero politico e giuridico. In teoria, esso si traduce nella scelta del conflitto quale mezzo lecito e organizzato di contrapposizione armata (da parte di uno Stato, di un’ alleanza di più organismi statuali, di gruppi di resistenza popolare) contro un sistema politico totalitario/autoritario che calpesta la libertà e i diritti dei propri cittadini o ha propositi distruttivi nei confronti di altri Stati/popolazioni. In questo senso, quella di Israele e degli Usa contro l’Iran teocratico e islamista può ben dirsi una “guerra giusta”. Nella prassi, il problema è che tali conflitti leciti andrebbero avallati e fatti propri dagli organismi internazionali e sovranazionali, mentre oggi il principale di essi, l’ Onu, è palesemente fuori dal proprio ruolo e non in grado di svolgere l’alto compito che gli spetta, autosqualificato dalla sua stessa parzialità filoaraba e dalla sua paralisi operativa.
Che fare, dunque? Rinunciare all’applicazione della “guerra giusta” per l’inefficacia delle istituzioni delegate? Ma con la rinuncia ad agire si lascia campo libero ad ogni sopruso interno ed esterno di ogni regime dittatoriale. Premesso che ogni epoca è caratterizzata da situazioni particolari e che ogni parallelo col passato va soppesato con cura, l’analogia che viene alla mente è quella con la Germania nazista: quale altro strumento se non la guerra sarebbe stato possibile usare contro il suo espansionismo bellico, la sua ideologia razzista e le sue atrocità? Il secondo conflitto mondiale è stato in questo senso un caso tipico (forse il più necessario) di “guerra giusta”. L’Iran degli ayatollah non è il Terzo Reich, d’accordo, ma anche questo regime, attraverso i principi aberranti (misogini, omofobi, liberticidi) dettati dai capi religiosi, attraverso la repressione omicida di massa posta in atto dai pasdaran e dai loro scagnozzi militarizzati commette crimini atroci contro la sua stessa popolazione. Quella popolazione iraniana che per prima mesi fa ha invocato a gran voce l’intervento armato americano e israeliano. È questa spinta proveniente dalla base popolare autoctona, insieme alla volontà esplicita di distruggere uno Stato legittimo e riconosciuto come Israele, ad attribuire alla guerra anti-iraniana un carattere fondamentale di giustizia, che però oggi il mondo occidentale (in particolare l’Europa) e quello anti-occidentale, spinti ognuno dai propri interessi economici e politici essenziali, non vogliono riconoscere.
Occorre però ammettere che, nel modo in cui è nata ed è stata condotta, la guerra all’Iran, oggi sempre più nuova guerra del Golfo, appare soprattutto come guerra per il potere americano e il prestigio personale di Trump, e ciò limita fortemente il suo carattere di “guerra giusta”. Allo stesso modo, la “guerra giusta” per la difesa preventiva e la sopravvivenza di Israele tende a perdere il suo fondamento giuridico nella misura in cui rischia di trasformarsi in strumento politico del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo governo. Ma i due aspetti del conflitto (giustizia/diritti e interessi politici) sono oggi un nodo inestricabile di elementi tra loro opposti. Personalmente non ritengo che si debba rinunciare, a causa di questa sovrapposizione di piani, all’occasione di eliminare il pericolo mondiale di un Iran totalitario e di creare le prospettive per un Iran democratico. Se il tipo di guerra intrapresa sia il metodo adeguato per ottenere il tanto atteso “regime change” e quali altre strade si possano seguire per raggiungere questo giusto obiettivo è altra questione.
Come altra questione è analizzare i motivi per cui gli aspetti di “guerra giusta” indubbiamente presenti nell’attuale conflitto non sono minimamente considerati da buona parte dell’informazione e dell’opinione pubblica italiana ed europea, tutte allineate contro Usa e Israele. Ma su questo tema mi soffermerò successivamente.

David Sorani