SCAFFALE – Il “nazista” di turno e le colpe dei padri
Un problema molto sentito, fin dai tempi antichi, e riflesso, in vari modi, in molte culture religiose, è quello della perpetuazione delle responsabilità attraverso le generazioni. Nella Bibbia, com’è noto, il concetto è espresso diverse volte: il Signore premia i meriti delle generazioni precedenti in quelle successive, ma fa anche ricadere su queste le colpe dei padri. Senza entrare nella interpretazione di questi versi (che va soprattutto cercata nell’invito alla consapevolezza di quanto gli effetti delle azioni umane, buone o cattive, si protraggano nel tempo), occorre prendere atto che il passato viene molto spesso utilizzato come strumento ideologico per giudicare il presente. Ma questa utilizzazione, ovviamente, è sempre di parte, perché chiunque, in una situazione di conflitto, ha interesse a mettere l’avversario in cattiva luce, e, oltre a criticarne le azioni nell’attualità, fa sempre buon gioco affermare che, oltre a essere “cattivo” il nemico, anche i suoi padri lo sono stati.
È un gioco vecchissimo quello di “mostrificare” l’avversario, o la vittima designata. I Romani accusavano i cartaginesi di praticare sacrifici umani, bruciando vivi i loro figli, i cattolici dicevano che i protestanti avevano la coda, gli schiavisti dicevano che gli africani erano cannibali eccetera. Difficile dire ai soldati di andare ad ammazzare gente per bene, buoni padri di famiglia, uomini colti e istruiti. Molto più facile aizzare contro “selvaggi”, essere incivili e crudeli. Il nemico non solo deve essere “altro”, “diverso”, ma deve anche essere malvagio, abietto. E se la malvagità e l’abiezione sono ereditarie, meglio ancora.
Naturalmente, com’è noto, l’appellativo di “nazista”, quando si vuole mostrificare qualcuno, è il primo che viene in mente, dal momento che tutti, oggi, si dicono d’accordo nel qualificare i nazisti come cattivi. Lo fanno anche quelli che ne copiano le gesta, e che cercano apertamente di portare avanti alcuni progetti hitleriani, a cominciare dallo sterminio degli ebrei. Fanno i nazisti, ma dicono che i nazisti sono le loro vittime, anche se bambini di pochi mesi.
Abbiamo visto reiteratamente riproporre questo gioco, da entrambe le parti, nel conflitto in corso tra Russia e Ucraina, nel quale il richiamo al nazismo è risuonato molte volte. Scopo dichiarato dell’invasione russa sarebbe stato quello di “denazificare” l’Ucraina, e il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto che non è un caso che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sia ebreo perché i peggiori antisemiti sarebbero proprio gli ebrei, a partire (secondo lui) dallo stesso Hitler. E Zelensky ha espressamente richiamato, davanti alla Knesset (senza ricevere, va detto, nessun applauso) la ferocia nazista subita, nella Seconda guerra mondiale, dagli ebrei e dagli ucraini (a cominciare, ovviamente, da coloro che erano entrambe le cose).
Un conflitto, quindi, nel quale ognuno combatte, o dice di combattere una forma di nazismo.
Guerra di propaganda, certo, guerra di parole. Può essere interessante, tuttavia, interrogarsi su quale sia effettivamente stato, in passato, il rapporto dei due popoli (russo e ucraino) nei confronti del nazismo. Vittime o complici?
Degli utili chiarimenti possono essere dati, a questo scopo, da un libro di grande interesse, scritto da uno dei più grandi storici contemporanei, Jonathan Dimbley, grande esperto di storia russa e della Seconda Guerra Mondiale: 1944. Finale di partita. Come Stalin vinse la guerra (Milano, Feltrinelli, 2025, pp. 700, euro 28).
L’autore ricorda come, all’avanzata dell’Armata Rossa decine di migliaia di ucraini, per odio verso i bolscevichi, si unirono alle SS nella guerra senza farsi nessuno scrupolo, anzi, impegnandosi in proprio (e non solo per compiacere gli alleati, o su loro ordine, ma di propria iniziativa, per intima convinzione) nello sterminare gli ebrei ucraini. Un fanatico nazionalista ucraino, Stepan Bandera, considerò, fin dal 1933, Hitler “una sorta di anima gemella”, fondò una potente unità politico-militare, la OUN-B, e il 30 giugno 1941, pochi giorni dopo l’inizio dell’operazione Barbarossa, proclamò nel suo quartier generale, a Lvov, la nascita dello stato indipendente ucraino, con la solenne promessa di collaborare strettamente con “l’eroico esercito tedesco e il suo Führer, Adolf Hitler”. E nello stesso giorno, proprio a Lvov, almeno 4.000 ebrei furono massacrati in un violento pogrom. E nella città non c’era neanche l’ombra di un tedesco.
Proteste o distinguo dagli altri ucraini? Zero.
Né la popolazione locale disse mezza parola quando, tra il 29 e il 30 settembre 1941, oltre 30.00 ebrei furono massacrati dai soldati nazisti e gettati in un burrone a Babij Jar. I corpi furono ricoperti di calce, e un testimone raccontò che “il terreno si muoveva e da sottoterra uscivano gemiti”. I russi non ebbero responsabilità, ma poi proibirono sempre che si facesse riferimento all’identità ebraica delle vittime. Si trattava di morti civili ucraini, la grande patria socialista non conosceva nessuna differenza di etnia e di religione. Gli ebrei non esistevano. Come avrebbero potuto denunciare, d’altronde, un gesto che imitava ciò che – sia pure in proporzioni certamente inferiori – era stato fatto tante volte da loro stessi, anche dopo la caduta degli zar?
Una volta “liberata” l’Ucraina, poi, Stalin cominciò subito le grandi operazioni di pulizia etnica. Tutti i tatari, per esempio, nel giro di soli tre giorni, alla fine del giugno 1944, furono deportati nel lontano Uzbekistan, lasciando la terra in cui vivevano da secoli. Gli ebrei non furono deportati, ma solo perché ne restavano pochissimi. E Dimbley descrive in modo vivido l’estrema violenza di queste operazioni.
Così come descrive puntualmente il radicato antisemitismo dell’Armata Rossa e dei partigiani russi. Gli ebrei che facevano parte delle unità partigiane, per esempio, venivano spesso lasciati senza armi, per farli morire. C’erano anche delle unità composta da soli ebrei (una di queste fu oggetto di un commovente romanzo di Primo Levi, Se non ora, quando?), e l’esercito russo le considerava con disprezzo, a volta alla stregua di veri e propri nemici (messaggio ai compagni che, ai cortei del 25 aprile, insultano la Brigata Ebraica: non siete molto originali).
Comunque, è assolutamente certo che Stalin non sarebbe mai intervenuto nel conflitto, se Hitler, nella sua folle megalomania e nel suo fanatismo razzista, non avesse deciso di attaccare la Russia. Sarebbe stato a guardare beatamente le vicende del “conflitto interimperialista”, sperando che facesse più morti possibile.
Attenzione, quindi, a puntare il dito verso l’avversario, per ricordargli le colpe dei padri. Meglio, prima, dare uno sguardo al diario di famiglia.
Francesco Lucrezi, storico