TORINO – Un giardino in memoria di Giuliana Fiorentino Tedeschi

Da oggi Torino, nella centrale piazza Bernini, ha un giardino intitolato a Giuliana Fiorentino Tedeschi, insegnante, scrittrice e testimone della Shoah. L’area verde si trova davanti alla facoltà di Scienze motorie dell’Università degli Studi, in una zona ricca di scuole e frequentata quotidianamente da studenti.
Nel corso della cerimonia, il presidente della Comunità ebraica di Torino Dario Disegni ha ringraziato la città «per aver accolto la richiesta di dedicare a Giuliana uno spazio attiguo a più scuole, in un luogo molto frequentato dai giovani», sottolineando anche il legame con il quartiere in cui la scrittrice visse a lungo. La proposta di dedicare un luogo a Fiorentino Tedeschi era stata avanzata congiuntamente dalla Comunità ebraica, dall’Adei e dall’Amicizia Ebraico-Cristiana.
Nel suo intervento, Disegni ha ripercorso la biografia della scrittrice e testimone della Shoah: nata il 9 aprile 1914, laureata in glottologia, costretta dalle leggi razziali del 1938 a interrompere la carriera universitaria e a trovare impiego come insegnante nelle scuole ebraiche di Milano. Arrestata con il marito l’8 marzo 1944, deportata ad Auschwitz il 10 aprile successivo, fu separata dal marito e dalla suocera, che non rivide mai più. Sopravvissuta al lager di Birkenau e alla marcia di evacuazione verso Ravensbrück, riuscì a fuggire durante una marcia presso il fiume Elba e il 5 settembre 1945 fece ritorno a Milano, dove si ricongiunse con le figlie, messe in salvo dalla domestica Annetta Barale.

Tra i presenti alla cerimonia anche il pronipote di Fiorentino Tedeschi, Simone Santoro (foto in alto), che ha ricordato come la bisnonna incarnasse fino in fondo la propria vocazione: «Era un’insegnante in tutto». Una presenza che per lui era anche quotidiana come ha raccontato a Pagine Ebraiche alla vigilia dell’intitolazione del giardino. «Ho avuto con lei un rapporto strettissimo: abitava al piano di sopra. L’ho vista praticamente tutti i giorni fino ai miei 15 anni». Un’infanzia segnata da piccoli rituali condivisi – il giornale letto insieme, i quiz con i numeri romani, le prime parole di greco e latino – che rendevano concreta, ogni giorno, quella vocazione all’insegnamento. «Il fatto che il giardino dedicato alla mia bisnonna sia vicino alle scuole è la cosa più importante. Lei è stata prima di tutto un’insegnante». Un aspetto centrale nella sua vita, ha ricordato, perché «il contatto con i ragazzi era la sua dimensione naturale».
Alla cerimonia ha partecipato anche Luisa Ricaldone, già allieva di Fiorentino Tedeschi al liceo Gioberti e tra le promotrici dell’iniziativa, poi raccolta dalle istituzioni e dalla Commissione toponomastica.
Trasferitasi a Torino nel Dopoguerra, Fiorentino Tedeschi scelse di trasformare la propria esperienza in testimonianza pubblica. Insegnante in un liceo torinese e poi preside della scuola ebraica, ha dedicato decenni a incontrare studenti, portando nelle classi un racconto diretto e senza retorica della deportazione. «Non era una memoria chiusa, privata», ha sottolineato Santoro. «Era qualcosa che sentiva come un dovere pubblico». Una cifra che affiora anche nei suoi libri, da Questo povero corpo (1946) a C’è un punto della terra. Una donna nel lager di Birkenau (1992), e che molti studenti hanno conosciuto prima ancora che sulle pagine, ascoltandola dal vivo. «Entrava nelle scuole e parlava senza filtri», ha ricordato Santoro. «Ed è una cosa che ti resta»
In chiusura di intervento Disegni ha letto alcune parole di Fiorentino Tedeschi sull’urgenza della testimonianza: «Le parole sono pietre e pietre auspichiamo che restino i nostri racconti, li lasciamo a voi perché li trasmettiate agli altri, in una catena che non trovi interruzione, perché i nostri racconti rappresentano anche le voci di chi non è tornato».