USA – I rischi per le minoranze da chi si oppone alla sharia con l’accetta

Un esercizio retorico, nel recente intervento di Arno Rosenfeld sul Forward, che colpisce più di altri: immaginare gli Stati Uniti attraversati da una campagna politica contro la legge ebraica, una ipotetica “Talmud Free America”, con parlamentari pronti a denunciare una presunta invasione halakhica e a evocare un pericolo sistemico legato alla presenza ebraica. L’effetto è straniante ma deliberato: serve a mettere a fuoco, per contrasto, quanto accade oggi con la retorica anti-musulmana e in particolare con il caucus “Sharia Free America”, promosso da esponenti repubblicani e rimasto, osserva sempre Rosenfeld, sorprendentemente ai margini dell’attenzione pubblica. Il punto non è la semplice esistenza di posizioni critiche verso l’islam politico o verso specifiche interpretazioni della Sharia, ma il modo in cui tale critica si struttura e si diffonde: una grammatica che, secondo l’autore, riprende da vicino i meccanismi storici dell’antisemitismo, traslandoli su un altro bersaglio. In questa prospettiva, alcune dichiarazioni di esponenti del caucus – dalla definizione dell’islam come «culto della morte» all’idea che la sua legge religiosa implichi la legittimità di uccidere gli infedeli – non si limitano a un giudizio politico o teologico, ma costruiscono un’immagine totalizzante e minacciosa, che attribuisce a una minoranza una volontà di dominio e sovversione dell’ordine sociale. È una dinamica ben nota agli studi sull’antisemitismo, che non si esaurisce nella rappresentazione dell’alterità come inferiore, ma insiste sulla sua presunta capacità di esercitare un potere occulto e sproporzionato, orientato contro la maggioranza. Il parallelo in questo senso è analitico: il passaggio dalla critica di una dottrina alla costruzione di una minaccia sistemica segna una soglia precisa oltre la quale il discorso pubblico cambia natura. Resta tuttavia un elemento che nel testo di Rosenfeld rimane implicito e merita invece di essere esplicitato per completezza: i sostenitori del caucus “Sharia Free America” respingono l’accusa di islamofobia e rivendicano una distinzione netta tra opposizione alla Sharia e ostilità verso i musulmani in quanto tali. In questa chiave, la loro iniziativa si presenta come difesa di valori costituzionali e “giudeo-cristiani”, non come attacco a una comunità religiosa. È una linea argomentativa che richiama altre controversie contemporanee, in cui la critica a un sistema di norme o a un’ideologia viene proposta come legittima e necessaria, mentre le accuse di discriminazione vengono interpretate come tentativi di silenziare il dibattito. Proprio su questo crinale si collocano anche le reazioni di organizzazioni musulmane e per i diritti civili, tra cui il Council on American-Islamic Relations (CAIR), che leggono invece il progetto del caucus come una forma istituzionalizzata di stigmatizzazione di un’intera minoranza. Rosenfeld osserva come la società americana sembri reagire in modo asimmetrico alle diverse forme di odio: mentre l’antisemitismo, soprattutto dopo il 7 ottobre, ha generato risposte istituzionali – come strategie federali, task force universitarie, attenzione mediatica diffusa – l’islamofobia più esplicita trova spazi di legittimazione o quantomeno di tolleranza anche quando si esprime in termini apertamente disumanizzanti. Il dato più che risolvere la questione la complica: da un lato, l’autore riconosce che le accuse di islamofobia possono talvolta essere usate per eludere critiche legittime, per esempio nei confronti di regimi o movimenti che limitano diritti fondamentali; dall’altro, insiste sul fatto che la normalizzazione di un linguaggio che costruisce i musulmani come minaccia collettiva riproduce schemi già visti e ben documentati nella storia dell’antisemitismo. È forse questo il punto più rilevante, e anche il più scomodo: l’idea che non esista una barriera stabile tra chi vede in una piccola comunità musulmana un pericolo per la civiltà occidentale e chi, con analoga logica, potrebbe attribuire agli ebrei un ruolo analogo. La storia suggerisce che tali passaggi non sono né rari né improbabili e ignorarli, per distrazione o convenienza politica, significa rinunciare a comprendere la struttura profonda dei discorsi d’odio contemporanei proprio mentre si riorganizzano in forme nuove.