BOLOGNA – La rottura Freud-Jung e le radici dell’odio
Nel suo ultimo libro Freud, Jung, Sabina Spielrein: e “la faccenda nazionale ebraica” (ed. Bollati Boringhieri), esito di 45 anni di studi sul tema, lo psicanalista David Meghnagi affronta i rapporti, le tensioni e infine la rottura tra Freud e Jung come «specchio di una tragedia più grande» incarnata dall’avvento al potere e dalle pratiche messe in atto dal nazismo, con il quale Jung fu inizialmente colluso. Il libro è stato lo stimolo e il perno di un incontro svoltosi alla Fondazione per le scienze religiose di Bologna con tema “Forme e radici dell’antisemitismo”. Accanto all’autore, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana, ideatore e a lungo direttore del Master in Didattica della Shoah dell’Università Roma Tre, sedevano due uomini di Chiesa. Alla sua sinistra c’era l’arcivescovo della città e presidente della Cei, cardinale Matteo Maria Zuppi, mentre alla sua destra si trovava monsignor Pier Francesco Fumagalli della Biblioteca Ambrosiana di Milano. La serata, moderata dalla storica Claire Maligot della Fscire, ha affrontato la genesi di stereotipi, pregiudizi e archetipi, soffermandosi sulla cura “delle” e “con” le parole.
Temi di grande attualità alla luce del contesto generale, ha esordito Meghnagi, sottolineando come questa immersione sulla «psicologia profonda» lo abbia «protetto» in un momento di sofferenza personale anche per la riemersione di un antisemitismo sempre più ostentato, anche tra i suoi colleghi. «Ho posto fine ad alcuni legami importanti con persone che mi hanno aggredito con parole che sembravano prese dai Protocolli dei Savi di Sion o dalla dottrina della Limpieza de sangre», ha raccontato Meghnagi nel corso dell’iniziativa, spiegando come parte di questo libro sia stato concepito a Tel Aviv, passeggiando nella via dove Erich Neumann, uno degli allievi di Jung, mandava al suo maestro «lettere disperate» per via delle sue posizioni sul mondo ebraico, cercando di illustrargli i suoi errori.
L’incontro si è incentrato su alcune ferite aperte tra cristiani ed ebrei. «Ci sono stereotipi che sopravvivono, c’è una continuità strutturale del pregiudizio antiebraico», ha rilevato Zuppi. E quindi «c’è parecchio da curare e le parole malate vanno esposte all’aperto, la cura richiede innanzitutto ascolto dell’altro». Per il presidente della Cei la giornata per il dialogo ebraico-cristiano di gennaio «è uno dei momenti di maggiore sfida e lo scorso anno siamo stati vicini a non celebrarla, però il dialogo è talmente profondo che supera una fatica». In questo senso, ha aggiunto, il libro di Meghnagi «ci aiuta ad avere un respiro storico, in un periodo faticoso in cui qualunque parola viene vista come un graffio e come uno schierarsi». D’accordo con lui Fumagalli, secondo il quale «in filigrana, leggendo questo libro, si vede tutto il dramma del ventesimo secolo nella chiave dell’antisemitismo». Una questione che investe direttamente la leadership cristiana ed è un monito a non disperdere i passi avanti nella relazione, spesso complessa, tra questi due mondi. Fumagalli ha citato come esempio la figura di Jules Isaac, storico ebreo francese la cui famiglia era stata assassinata ad Auschwitz e che nel 1947 fu tra gli ispiratori della conferenza di Seelisberg e dell’appello rivolto alle Chiese cristiane ad evitare predicazioni ostili agli ebrei. Quel momento, per Fumagalli, «ha rappresentato l’inizio di un cambiamento di mentalità». Ed è un patrimonio da difendere.
Adam Smulevich