YOM HAATZMAUT – Israele celebra 78 anni tra guerra e colloqui di pace
Un anno fa Alon Ohel si trovava prigioniero 50 metri sottoterra, in un tunnel di Gaza. «Ero lì, con le gambe legate, ridotto come un cadavere. Potevo solo sognare un momento come questo». Ostaggio di Hamas per 737 giorni, così l’oggi 25enne Ohel si è rivolto al pubblico riunito per la cerimonia di Yom HaAtzmaut, il giorno dell’Indipendenza d’Israele, presso la residenza del presidente Isaac Herzog a Gerusalemme. Seduto al pianoforte accanto al soldato Dvir Bublil, ferito il 7 ottobre mentre combatteva i terroristi palestinesi, l’ex ostaggio ha raccontato che in prigionia, per ingannare il tempo, si immaginava su un palco esattamente come quello. «Tornare e scoprire che non hanno mai smesso di lottare per me è semplicemente pazzesco. Essere qui e suonare è la chiusura del cerchio», ha aggiunto. Insieme, Ohel e Bublil hanno cantato davanti ai 120 militari insigniti nella tradizionale cerimonia per i soldati eccellenti, uno degli appuntamenti tradizionali di Yom HaAtzmaut.
Le celebrazioni si sono aperte martedì sera con l’accensione delle torce sul Monte Herzl, una cerimonia che non si ripeteva dal 2023. In un messaggio preregistrato, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivendicato i risultati militari degli ultimi mesi — Gaza, Libano, Iran — parlando di un «Israele più forte che mai».
Ma è il fronte nord ad aver ricevuto maggior attenzione durante la giornata, anche in vista degli attesi colloqui diretti tra Israele e Libano previsti per giovedì a Washington. Davanti al corpo diplomatico straniero, riunito per Yom HaAtzmaut, il presidente Herzog ha raccontato di sognare di poter «salire un giorno in macchina e guidare fino a Beirut», visitare «una bellissima città» e stringere amicizia con «il buon popolo del Libano». Ha augurato successo alle delegazioni a Washington, precisando però che Israele deve prima garantire la sicurezza dei suoi confini.
Durante la cerimonia, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha definito «storica» la scelta di negoziare direttamente con Beirut dopo oltre quarant’anni. Tra i due paesi, ha aggiunto, non esistono «seri disaccordi», ma solo dispute di confine minori. Il vero ostacolo, ha ribadito Sa’ar, è uno solo: Hezbollah. Per il ministro, a causa del movimento terroristico sostenuto dall’Iran, il Libano è «uno Stato fallito, di fatto sotto occupazione del regime di Teheran».
Da Beirut arriva intanto una risposta indiretta: secondo un funzionario libanese, intervistato dall’agenzia Afp, la delegazione chiederà a Washington una proroga di un mese del cessate il fuoco, entrato in vigore la scorsa settimana e in scadenza domenica. Il presidente libanese Joseph Aoun ha confermato che sono in corso contatti per estendere la tregua. Beirut chiederà anche la fine dei bombardamenti israeliani nelle aree attualmente presidiate dalle Idf.
Sul terreno la situazione rimane instabile. Nel sud del Libano continuano scontri sporadici, mentre le Idf conducono operazioni per rafforzare la sicurezza delle comunità del nord. Il capo di Stato maggiore israeliano, Eyal Zamir, ha ricordato come «dall’inferno del 7 ottobre stiamo lavorando per ristabilire la nostra forza militare attraverso combattimenti continui». La tregua con Hezbollah e con l’Iran regge, ma resta fragile: l’esercito, ha avvertito Zamir, è «pronto a tornare immediatamente al combattimento in tutti i settori».