LETTERATURA – Che fare degli autori antisemiti?
Quante volte ci è successo di leggere un testo, apprezzarne la bellezza e poi di restare interedetti per un passaggio antisemita? Oppure di aver appreso dopo la lettura di un romanzo che abbiamo amato che il suo autore era intriso di pregiudizio antiebraico? Gli stessi dubbi sono sorti a Eliyahu Freedman, educatore israeliano di origine irachena attivo a Jaffa. Freedman, che ha un Master in Talmud presso l’Università di Tel Aviv e sta lavorando a una tesi di dottorato sulla storia medievale giudeo-araba nel X secolo presso l’Università ebraica di Gerusalemme, ne ha scritto per Aish. Di seguito, un sunto del suo articolo.
Durante un lungo inverno mi sono immerso nella lettura de I fratelli Karamazov, un romanzo immenso, spesso definito il più grande mai scritto. E in effetti, pagina dopo pagina, ho capito perché. Sono rimasto affascinato dalla sua profondità psicologica, dalla sua capacità di mettere a nudo le contraddizioni dell’animo umano, dalla forza con cui affronta le grandi domande dell’esistenza: la fede e il dubbio, la sofferenza innocente, la giustizia, la libertà, la responsabilità morale. Dostoevskij non si limita a raccontare una storia – quella dei tre fratelli e del loro padre violento, che culmina in un processo per parricidio – ma usa il romanzo come uno spazio per interrogare il senso stesso dell’essere umani.
Alcuni momenti mi hanno colpito in modo particolare. Il capitolo del “Grande Inquisitore”, ad esempio, mi ha lasciato inquieto: attraverso Ivan, Dostoevskij si chiede se gli esseri umani desiderino davvero la libertà o se preferiscano la sicurezza e l’autorità. Allo stesso modo, la figura di Alëša e gli insegnamenti del monaco Zosima mi hanno offerto una visione di compassione radicale, quasi sconvolgente nella sua ampiezza. L’idea che ciascuno di noi sia responsabile di tutti e di tutto – e “io più di tutti gli altri” – mi è sembrata una delle formulazioni etiche più potenti che abbia mai incontrato. È una chiamata a prendersi carico del mondo, a non sottrarsi alla sofferenza altrui, a vivere in modo profondamente interconnesso.
Eppure, proprio mentre venivo toccato così profondamente da questa visione morale, ho avvertito un disagio crescente. Sparsi nel romanzo ci sono passaggi che riflettono pregiudizi antisemiti, e uno in particolare mi ha colpito: quando Alëša, il personaggio che incarna la sensibilità morale più alta, non respinge chiaramente la calunnia secondo cui gli ebrei ucciderebbero bambini per rituali religiosi. La sua risposta esitante – “non lo so” – mi è sembrata scioccante. Come può proprio lui, che rappresenta l’amore e la compassione universali, non riconoscere l’assurdità e la violenza di un simile mito?
Questa è la contraddizione che non riesco a ignorare. Da una parte, Dostoevskij costruisce una visione etica che sembra abbracciare tutta l’umanità; dall’altra, questa stessa visione si incrina quando si tratta degli ebrei. Non è solo un dettaglio isolato o un effetto della narrazione: guardando anche ai suoi scritti giornalistici, emerge chiaramente che questi pregiudizi facevano parte del suo pensiero. Gli ebrei vengono descritti come estranei, come una presenza sospetta, quasi incompatibile con la società russa. Questo rende ancora più difficile giustificare o minimizzare il problema.
Mi sono quindi trovato davanti a una domanda scomoda: cosa devo fare con un’opera così? Posso davvero lasciarmi plasmare da un libro che contiene idee che trovo moralmente ripugnanti? Dovrei metterlo da parte, rifiutarlo del tutto, oppure accettarlo senza riserve per la sua grandezza?
Non credo che nessuna di queste risposte sia sufficiente. Non posso ignorare l’impatto che questo romanzo ha avuto su di me: ha cambiato il mio modo di pensare, ha ampliato il mio orizzonte morale, mi ha costretto a confrontarmi con domande difficili. Ma allo stesso tempo, non posso chiudere gli occhi davanti ai suoi limiti. L’antisemitismo non è un difetto marginale: è una ferita reale, che attraversa l’opera e che ha avuto conseguenze anche nel modo in cui alcuni lettori hanno interpretato e utilizzato le idee di Dostoevskij.
Riconosco anche che Dostoevskij era un uomo profondamente segnato dalla sofferenza: l’arresto, la condanna a morte evitata all’ultimo momento, gli anni di lavori forzati in Siberia, la perdita del figlio. Tutto questo ha plasmato la sua visione del mondo, rendendola intensa, tormentata, spesso contraddittoria. Ma nemmeno questo basta a risolvere il problema. La sofferenza può spiegare, ma non giustifica.
Alla fine, ciò che mi rimane è la necessità di tenere insieme queste due verità. Non voglio rinunciare alla bellezza e alla profondità di I fratelli Karamazov, ma non voglio nemmeno accettarle in modo acritico. Leggere questo romanzo, per me, significa proprio abitare questa tensione: lasciarmi toccare dalle sue intuizioni più alte e, allo stesso tempo, riconoscere i suoi fallimenti morali.
Forse è proprio qui che il libro assume un significato ancora più profondo. In fondo, è un romanzo sulla difficoltà di vivere all’altezza dei propri ideali. I suoi personaggi lottano continuamente tra ciò che sanno essere giusto e ciò che riescono effettivamente a fare. E in questo senso, anche Dostoevskij stesso diventa parte di questa lotta: un autore capace di vedere con straordinaria chiarezza alcune verità morali, ma incapace di applicarle fino in fondo.
Questo mi obbliga a una forma di lettura più responsabile. Non si tratta solo di ammirare o di condannare, ma di imparare: dalle intuizioni, certo, ma anche dagli errori. Perché la vera sfida morale non è avere ideali elevati, ma riuscire a viverli in modo coerente – soprattutto quando questo mette in discussione i nostri pregiudizi più radicati.