LIBERAZIONE – L’inglese che non lo era e gli angloamericani dimenticati
Come dice Olivier Wieviorka nella sua Storia della Resistenza nell’Europa Occidentale: «Dal Belgio all’Olanda, dalla Francia alla Norvegia, tutti i Paesi hanno esaltato nel dopoguerra la propria Resistenza interna cercando di accentuare il ruolo eminentemente svolto da queste forze patriottiche nella liberazione del territorio nazionale. Ciò ha comportato una minimizzazione del contributo degli Alleati».
Nessuna piazza d’Italia, aggiungo io, ha al centro un qualche monumento dedicato al sacrificio dei militari e dei civili Alleati coinvolti nello sforzo bellico, abbiamo solo grandi cimiteri, splendidamente tenuti, ma solo cimiteri. Eppure, il ruolo degli Alleati è stato fondamentale nella vittoria sul fascismo e il nazismo.
Nella grande ricerca che sto conducendo sui Resistenti ebrei d’Italia ho individuato non poche persone che hanno lavorato in Italia in favore dei servizi segreti britannici (SOE) e americani (OSS), talvolta pagando con la loro vita il loro impegno in missioni pericolose.
Una di queste fu Gabor Adler, nato in Romania. Faceva parte di una famiglia ebraica ungherese immigrata in Italia negli Anni Venti. Dopo l’emanazione delle leggi antiebraiche, Adler lasciò Milano e raggiunse il Marocco. A Tangeri, fu avvicinato da uomini del SOE, addestrato e arruolato nei Servizi segreti inglesi con il nome di copertura di John Armstrong. Sbarcato da un sommergibile sulla costa orientale della Sardegna nel gennaio del 1943, fu individuato dal SIM (fascista) e arrestato. Fu trasferito a Roma e imprigionato nel carcere di Regina Coeli nel raggio italiano. Il 3 giugno del 1944, fu portato in Via Tasso e aggregato ad un gruppo di prigionieri che dovevano essere trasferiti a Verona dai tedeschi durante la loro ritirata dalla città di Roma. Il gruppo con cui Adler viaggiava constava di 14 persone tra cui il sindacalista Bruno Buozzi. All’altezza della tenuta La Storta, a pochi chilometri da Roma, i 14 prigionieri furono fatti scendere dal camion e fucilati. L’eccidio, rimasto noto come eccidio de La Storta, fu conosciuto da subito dopo la guerra, ma è sempre mancato sulla lapide il nome di Adler, definito come «inglese sconosciuto». Ciò fino a che un ricercatore di nome Marco Patucchi riuscì a dare un nome a quello sconosciuto e raccontarne la vicenda in un libro dal titolo La spia venuta dal nulla pubblicato nel 2025.
Liliana Picciotto