LIBERAZIONE – Fare la cosa giusta, come di shabbat
(Nell’immagine di repertorio, Ucei e Comunità ebraica di Milano al corteo del 25 aprile 2025)
Il calendario a volte non si limita a segnare i giorni: obbliga a metterli e mettersi in discussione. Quest’anno il 25 aprile era shabbat, una questione viva, di quelle che costringono a una scelta. E la scelta, quando si parla di libertà, non è mai un dettaglio. Nel suo intervento del 23 aprile sul Corriere della Sera, rav Roberto Della Rocca ha insistito proprio su questo punto, con una chiarezza dolorosa quanto necessaria: «Il rischio è smarrire il senso profondo della ricorrenza, ridurla a un palcoscenico dove tutto si mescola e nulla si comprende davvero». Per continuare: «La libertà non è un grido, né un evento improvviso; è un percorso interiore». Un impegno, un lavoro. Anche su se stessi. Shabbat, da questo punto di vista, è una grammatica della libertà. Non una rinuncia. È un sottrarsi che aggiunge. «Una pausa attiva», la definisce rav Della Rocca, «afferma che non tutto è lecito, nemmeno per uno scopo ritenuto giusto». È una frase che va maneggiata con cautela perché contiene una provocazione radicale: non tutto ciò che è giusto può essere fatto in ogni momento. Fermarsi diventa una forma di resistenza, ritagliarsi uno spazio in cui restare se stessi. E forse è proprio qui che il 25 aprile può ritrovare una sua profondità meno esibita e più esigente. La Resistenza si è composta di una serie di scelte individuali. Spesso solitarie, frequentemente contraddittorie. Non sempre eroiche, per lo meno nel senso più comodo del termine. Come scrive Della Rocca, «dichiararsi antifascisti non basta… significa averne interiorizzato i valori». Non basta stare dalla parte giusta, bisogna capirne il perché, e accettarne il prezzo. Che a volte è grande. Raccontare tutto questo, spiegarlo ai lettori più giovani, ai ragazzi è un punto delicato. E difficile. Percepiscono subito quando si sta semplificando. E la Resistenza se viene semplificata perde di senso. Non serve trasformarla in una favola, men che meno edificante. Serve restituire il conflitto, la paura, la fatica della scelta, e in questo senso, alcuni libri recenti fanno un lavoro meno pigro e più efficace di molta retorica adulta.
Michela Ponzani, con Giovani liberi e partigiani, pubblicato da De Agostini, costruisce un racconto che non infantilizza gli eventi, e il suo lavoro di storica si intreccia con un testo che è pensato per i più giovani senza rinunciare alla complessità. Ponzani in diverse occasioni ha insistito sull’idea che la Resistenza è stata prima di tutto una presa di posizione personale, un “decidere da che parte stare”. Accanto ai saggi, il fumetto, che in qualche modo continua a fare il “lavoro sporco” della memoria, il linguaggio che arriva dove altri si fermano. Il saggio illustrato Sciuscià e i suoi fratelli. Partigiani e Resistenza nel fumetto di Pier Luigi Gaspa (Rider Comics) mostra come il disegno riesca a tenere insieme immediatezza e profondità. E Gli scapestrati della Linea Gotica di Diletta Gotti e Giulia Iori, anch’esso pubblicato da Rider Comics, restituisce ai ragazzi personaggi imperfetti, inquieti, credibili. Non sono statue, figurine, sono esseri umani. E per un lettore giovane è già restituire senso, una forma di verità. Dentro questa narrazione la presenza ebraica è una chiave. La Brigata ebraica, i partigiani ebrei, le storie di fuga e di scelta: sono elementi che appartengono al 25 aprile in modo strutturale anche se negli ultimi anni quella presenza è stata contestata nelle piazze, anche in modo esplicito, come raccontano le cronache delle manifestazioni, anche recentissime, da Roma a Bologna, tra tensioni e tentativi di esclusione. È un paradosso che dice molto del rapporto con la memoria: la si invoca, ma la si seleziona. Si sceglie la scorciatoia. E rav Della Rocca lo dice senza giri di parole: «Molte celebrazioni del 25 aprile sembrano essersi trasformate in qualcosa di confuso… un miscuglio di memorie diverse». E ancora: «La coincidenza tra Shabbat e 25 aprile… è un invito a rallentare e distinguere». Distinguere è un verbo poco amato, oggi. Richiede fatica e impegno costante. Senza distinzione la memoria diventa rumore.
DafDaf negli anni ha costruito un modo molto preciso di raccontare il 25 aprile: come esperienza concreta di libertà. In un numero abbiamo raccontato la storia di Franco Cesana, dodici anni, «il più giovane partigiano d’Italia caduto in combattimento», un ragazzo, un bambino in realtà, che ha fatto una scelta. In quelle pagine la Resistenza viene spiegata come esperienza di lotta e partecipazione politica dal basso cioè esattamente qualcosa in cui i ragazzi possono riconoscersi: non grandi discorsi, ma decisioni individuali. Non è un caso che spesso il 25 aprile su DafDaf, il giornale ebraico dei bambini che da diversi anni ho l’onore di dirigere, venga accostato a Pesach. Libertà e uscita dalla schiavitù, memoria e responsabilità. «Un valore da non dare mai per scontato né acquisito in modo definitivo», come ho scritto. Un’idea che i giovani lettori colgono benissimo: la libertà non è un regalo, è una pratica. Qualcosa che si perde, se non la si esercita. Alla fine si torna alla scelta, alla capacità di sottrarsi. Shabbat insegna che essere liberi significa anche sapere quando non fare, quando non aderire, quando fermarsi. La Resistenza insegna che essere liberi significa anche esporsi, prendere posizione, rischiare. Sono lo stesso gesto, visto da due angolazioni diverse. Quest’anno si sovrappongono. In un tempo che confonde velocità con partecipazione, questa doppia lezione è la più difficile da accettare: «La libertà non è mai definitiva», scrive rav Della Rocca. E non è nemmeno comoda. Richiede di scegliere, ogni volta, se “esserci” davvero. O se esserci solo per dire di esserci stati.
Ada Treves
(Nell’immagine di repertorio, Ucei e Comunità ebraica di Milano al corteo del 25 aprile 2025)