LA RECENSIONE – Emanuele Calò: Leggere Di Nepi per capire il presente

È stato appena pubblicato il volume di Serena Di Nepi, Il ghetto di RomaStoria di una comunità ebraica, Carocci, Roma, 2026. L’opera segnala sia la porosità che il suo contrario. Dove discorre di «confronto ininterrotto tra la società reclusa e quella recludente, in cui la prima seppe cogliere e fare propri gli stimoli e le innovazioni migliori che arrivavano dalla seconda». Una sfida alla contraddittorietà che in realtà è una sottile dialettica, portata avanti su un versante binario, costituito sia dall’eleganza del linguaggio che dall’obbligo sottinteso di ragionare che viene imposto al lettore. Sfida la sciatteria dilagante con un italiano superbo, un metalinguaggio di famiglia, che conferisce alla storia come scienza i panni che le competono, e quali panni! Il contenuto, la cui agilità non cospira – anzi – con la finezza dei ragionamenti, mette in luce (da storica vera) le specificità, senza le quali non vi è pregio, in contrasto col pauperismo di maniera, che si abbevera a un universalismo che somiglia troppo a una richiesta di scuse per il fatto di esistere. Ed è andando indietro nel tempo che ci restituisce fedelmente i tempi cupi del ghetto. Leggendo questo libro, ho tentato mentalmente di sfidare l’autrice, che però ne usciva sempre vincente, intanto, per l’insolita capacità di rendere, grazie al ricorso alle parole giuste, un passato complesso e involuto. Volendo, vi è l’esempio del suo contrario, quello di Marcel Proust, capace di incantare il lettore con frasi che occupavano intere pagine. Per dire, che il talento può esprimersi in un modo e nel suo contrario, arricchendo quello scaffale invisibile che ci portiamo appresso e, come detto, obbligandoci a pensare. 

L’apartheid, del quale disinvoltamente ci si accusa, ha invece il sigillo del made in Italy, del quale non si ha contezza, dacché siamo stati segregati dal 1555 al 1870 e dal 1938 al 1945, dal quale non siamo stati liberati dalla resipiscenza dell’oppressore, ma dall’intervento esterno, piemontese nell’un caso, angloamericano e partigiano dall’altro. Quanto siamo stati liberati? 

Il volume compie un approfondito esame delle connotazioni dei ghetti, dove le nostre colpe, secondo la bolla Cum Nimis Absurdum, risiedevano in «una tale ingratitudine verso questi da rispondere con l’ingiuria alla misericordia ricevuta e da pretendere di dominarli anziché servirli come invece debbono; avendo appreso Noi che nella nostra Alma Urbe di Roma e in altre città, paesi e terre sottoposte alla sacra Romana Chiesa, l’insolenza di questi ebrei è giunta a tal punto che pretendono non solo di vivere in mezzo ai cristiani, ma anche in prossimità delle chiese, senza distinguersi nel vestire». Paragonata con le accuse odierne, erano davvero un peccato veniale; getta luce sulle accuse odierne di apartheid, la condizione dei nostri avi nei ghetti, rinchiusi come bestie, al cui cospetto l’abietto razzismo sudafricano doveva essere un paradiso.

Si rileva come «gli ebrei e le loro comunità erano vulnerabili e sempre esposti agli umori dei principi e alla possibilità di violenze dall’alto e dal basso. Espulsioni, pogrom, rapimenti e sequestri segnavano la memoria e la coscienza collettiva e lasciavano sempre imprevedibile il presente e sospeso il futuro. Il confronto con l’antiebraismo della maggioranza cristiana definiva i termini di una relazione dove l’esercizio del potere restava saldamente nelle mani degli altri».

Nel frattempo, apprendiamo che, nel 1782, Giuseppe II d’Austria (1741-1790), aveva concesso una sostanziale emancipazione agli ebrei dell’impero con l’emanazione della Patente di tolleranza, che per la prima volta li ammetteva a molti gradi di istruzione e rendeva loro possibile l’accesso a professioni e carriere fino a quel momento immaginabili. Da noi, per contro, si era in ergastolo trasmissibile sine die. Tant’è che si legge: «Una donna anziana raccontò: “La sera, quando chiudevano il portone, sembrava di essere murati vivi”».

Sembra un mesto paradosso che i discendenti di chi ha tenuto rinchiusi gli ebrei per oltre due secoli accusino gli ebrei di apartheid. Un regime nel quale vi è una netta separazione fra bianchi e neri, ma nel ghetto questo sarebbe stato una conquista, perché si era chiusi in un recinto striminzito, dove finanche i funerali erano assoggettati a una sorta di anonimato, per non infastidire alcuno, per punirci di ciò che avrebbero fatto alcuni nostri avi più di mille anni addietro: mostruoso.

Per questa ragione, oltre che per tante altre, questo capolavoro della Di Nepi, merita di essere letto rigo per rigo, per accostarlo alle accuse, che si levano contro chi sta a Roma, per punirci di un presunto eccesso di difesa compiuto in Medio Oriente. Fra ieri e oggi, cos’è cambiato? La follia persecutrice permane, cambiano le modalità. Il tempo muta, ma un filo conduttore permane.

Emanuele Calò