TORINO – Presidio dopo sfregio alle pietre d’inciampo
Dario Disegni: «La città ha reagito bene a un gesto ignobile»
Gli otto nomi sulle Pietre d’inciampo sono tornati leggibili. «Sono lieto che i ragazzi del quartiere siano intervenuti subito per ripulire le pietre d’inciampo», commenta Dario Disegni, presidente della Comunità ebraica di Torino. È successo nella notte tra venerdì e sabato: ignoti hanno coperto di vernice nera le otto pietre di piazza Santa Giulia posate appena tre mesi fa davanti al civico 12, nel luogo dove un tempo sorgeva l’ospizio israelitico. A essere colpiti i nomi di Aida Sara Montagnana, Rosa Vita Finzi, Teresita Teglio, Ercolina Levi, Sara Colombo, Eugenia Treves in Segre, Lidia Passigli ed Ettore Abenaim: tutti assassinati nei campi di sterminio dopo le retate del 1943 e del 1944.
Questa mattina la Circoscrizione 7, insieme ai circoli Anpi, alle istituzioni e alle scuole, ha organizzato un presidio davanti alle pietre ripulite. Una risposta che Disegni definisce «una bella prova della città». «C’è stata una grandissima partecipazione, con tante persone e soprattutto molti studenti delle scuole della zona. È stato un segnale molto importante». Gli interventi hanno avuto un messaggio comune: la condanna di un gesto che il presidente Disegni definisce «ignobile e vigliacco». Un gesto che si inserisce in un quadro più ampio: una settimana prima, in Largo Montebello, ignoti avevano dato fuoco alla corona di alloro sulla lapide dedicata ai partigiani. «Sono tentativi di rimuovere la Shoah e la Resistenza», sottolinea Disegni. «Dobbiamo ribellarci».
Dietro quelle otto pietre c’è una delle pagine più sconvolgenti della Shoah torinese, rimasta a lungo sconosciuta. L’ospizio israelitico di piazza Santa Giulia accoglieva donne ebree anziane, per lo più sole e in condizioni economiche precarie. Il 13 luglio 1943 un bombardamento rese inagibile l’edificio e le ospiti furono trasferite in varie strutture cittadine. Un gruppo consistente finì nella Casa dell’Ospitalità Fascista di via Como 140, oggi via Ghedini. Il 3 dicembre 1943, dopo l’ordinanza di Salò che avviava ufficialmente la caccia all’ebreo, la polizia fascista arrestò lì venti donne tra i 65 e gli 85 anni e le condusse al carcere Le Nuove. Rilasciate in un primo momento, alcune furono nuovamente arrestate nel marzo del 1944, trasferite al campo di Fossoli e deportate ad Auschwitz, dove furono assassinate il giorno stesso dell’arrivo, il 10 aprile 1944.
«Parliamo di donne anziane e malate, deportate da un ospizio e uccise nei campi di sterminio. Deturparne la memoria è un gesto particolarmente odioso», sottolinea Disegni, ricordando come «da tempo denunciamo la crescita esponenziale di un antisemitismo sempre più diffuso e aggressivo». Un clima di odio e di intolleranza «che non può non preoccupare profondamente». Un allarme che rivolge non solo alle istituzioni ma all’intera società civile: «Sono chiamate a reagire con fermezza a questa deriva, non solo per la Comunità ebraica, ma per la democrazia stessa. Si tratta di valori che devono essere difesi da chi li attenta con questi gesti».
In piazza erano presenti il presidente della Circoscrizione 7 Luca Deri, che ha scoperto l’atto di vandalismo, il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo e alcuni consiglieri comunali del Pd.
Sul fronte delle indagini, il presidente degli ebrei torinesi riferisce che il Comitato per le pietre d’inciampo della città ha sporto denuncia contro ignoti. «Confidiamo che si possa risalire ai responsabili». E mentre si cerca chi ha imbrattato le pietre, si lavora per un ulteriore tributo alle vittime: presto il giardino di via Ghedini sarà dedicato alle anziane donne deportate, con una cerimonia fissata nei prossimi mesi. La proposta, approvata dalla commissione Toponomastica, prevede anche l’apposizione di una targa. «Questo episodio ha colpito molto la memoria cittadina», conclude Disegni. «Proprio per questo è importante rafforzarla ulteriormente».
d.r.